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Il Brigante dell’Etna – PARTE 6 – Soggiorno a Pietramarina

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Stette un po’ di giorni lì, sistemandosi nella stalla dell’asino attigua alla casa più grande, dove c’era anche il palmento. Il contadino, che ha da sempre rispettato il suo asino, costruiva nella vigna, oltre la casa per se stesso, anche un rifugio per la povera bestia, specie se rimaneva a volte a dormire in campagna. Era agosto e compariva già la prima uva moscatella e Ggiddiu di tanto in tanto piluccava; se lo poteva permettere per l’amicizia che lo legava ai Dell’Aquila.

Mangiare ne aveva a iosa, era ben fornito; l’acqua la prendeva nella cisterna, non gli mancava nulla. Ogni tanto andava a prendere l’acqua in delle sorgive là vicino, ma così, per passare un po’ il tempo. Anche il pastore di Pietramarina andava alla sorgiva, per abbeverare le pecore.

Dopo un po’ di giorni della sua amena permanenza in quei luoghi, vennero i Dell’Aquila che rimasero sorpresi ma contenti alla vista di Ggiddiu. Erano preoccupati invece non della sua presenza, ma del fatto che avevano difficoltà a spostarsi da un paese all’altro, anche da una borgata all’altra. Stettero ore ed ore a raccontargli gli avvenimenti che si erano succeduti in quei giorni. C’erano i bombardamenti e anche a Linguaglossa erano stati copiosi; c’erano stati tanti danni: una bomba era scoppiata a Croce Francesco, buttando schegge da tutte le parti, la gente fuggiva impazzita, i pastori dietro le pecore a raccogliere gli armenti. Là, sotto il ponte della Ferrovia Circumetnea, ponte, che oggi non c’è più, a Croce Francesco, per fortuna  si salvarono un vecchio e una bambina. I D’Agostino di Catena, che abitavano nella casa sul poggio di Croce Francesco, erano sfollati pure loro, per fortuna. C’erano stati pure dei morti in Via Nuova, il quartiere Cappuccini era stato minato e solo la solerzia di Don Biagio Palermo riuscì ad evitare una carneficina. I tedeschi aspettavano che gli Alleati arrivassero lì per farli saltare in aria, per ritardarne l’avanzata il più possibile. Pure la chiesa Madre venne bombardata ed una scheggia trafisse il cuore di Gesù di cui dirà in seguito Senzio Mazza in una sua struggente lirica. La gente era andata via, sfollata a Martinedda, dove c’era la macelleria di  campagna, una  macelleria  clandestina  approntata  alla  meglio sotto un grande albero di castagno marrone. Alla Sciaramanica, presso la proprietà dei Castorina, c’era la  nonna di Ciccio Cannavò che  con  le  sue  capre  sfamava  tutti.  Non  si  facevano  tanti complimenti allora, non si  andava per il sottile, igiene o non igiene, brucellosi o non brucellosi, bisognava sopravvivere, il latte della capra è dolce, si sa. Altri sfollati e “Ficheri” attendevano che la mala bestia, la guerra, passasse al più presto. Sfollavano in zone ricche d’acqua, per potersi approvvigionare del prezioso liquido, che essendo estate era ridotto al minimo; ma e “Ficheri” c’erano i “catusi” pieni d’acqua, quelli che approvvigionavano un tempo Linguaglossa, prima dello sciopero di cui dianzi si è parlato. A San Basile, a Piedimonte Etneo, il dottore Puglisi approntava una sala partorienti nella tina del palmento per far partorire la sua propria moglie che sgravava sotto i bombardamenti: la paura delle bombe l’aiutavano a partorire; e nascevano geni. I Dell’Aquila rassicurarono Ggiddiu che i suoi stavano bene. Erano alloggiati nella proprietà vicino il palmento del “parrino” Funcia; e stavano nella grotta al riparo da qualsiasi pericolo.

Ggiddiu era tranquillo, sapeva che i suoi in qualsiasi momento se la sarebbero cavata; la gente di campagna se la sbriga sempre. A Castiglione di Sicilia i tedeschi sparavano per strada; non ci si poteva affacciare dai balconi che si rischiava la vita. Mi diceva un certo Raciti che cercavano delle spie. Per lo stesso motivo radunarono duecento persone nelle “mannure” – ovili – che dovevano giustiziare, roba da accapponare la pelle, un massacro, uno “scanneddu” ma l’eccidio fu evitato per un soffio. Sarebbero state le fosse Ardeatine di Sicilia, ma in ogni caso il generale Rodt, che di lui si trattava, compì il  primo eccidio nazista in terra italiana. Era il 12 agosto del  1943. I Dell’Aquila  stettero  ancora  un  po’  di  giorni  e  poi se ne andarono. Ggiddiu mandò i saluti ai suoi e vi aggiunse un po’ di soldi. I tempi erano tristi e potevano  giovare. Quello che mancava si comprava di contrabbando:  petrolio, medicine, oppure di “sichinienza” – rubato – e c’era chi si arricchiva, chi cambiava stato.

Molta gente con quello che lasciarono i tedeschi in fuga vi camparono bene tanti anni, altri ancora si arricchirono.

Dalla piana di Cerro uscirono copertoni, motori, camion e quant’altro. Alcuni dissero che il dottor Cullò si mise avanti con le medicine che prese alla Flora dei Previtera, dove c’era la Croce Rossa, o al Picciolo, la proprietà dei Pennisi Floristella, dove oggi c’è il campo di golf. Recita un antico proverbio “Riminiti viddanu, quannu c’è a robba ‘nchianu” – datti da fare villano, quando c’è la roba al piano – e tanti si dettero da fare e come!

I Dell’Aquila gli raccontarono pure che la polveriera del Fortino era saltata in aria. Allora i “masculara”, quelli che preparano i fuochi d’artificio, erano il cavaliere Foti e Zingareddu – il fratello del celebre fabbro, e certo don Tano.

Si diceva che il cavaliere Foti portasse la nitroglicerina dentro il cappello, così se lui cadeva lo scagliava lontano.

E’ d’uso in Sicilia da tempi immemori, sparare le bombe quando esce il santo; i cinesi lo facevano per mandare via gli spiriti, e chi lo sa se il motivo oggi è ancora lo stesso? Sacro e profano? E guai a chiedere che parte o tutta la somma venga usata per beneficenza o mandata in Africa; arrivano male risposte. E poi se il santo se la prenderebbe a male? E può il santo prendersela a male se con quei soldi si fa  bene  ai bambini d’Africa? Io non penso, ma i benpensanti pensano di sì.

Ricordo che Zingareddụ e don Tano preparavano i “masculi” e la moschetteria nella zona della Lavina, fino a quando  erano vecchi, nella proprietà che oggi è di Greco, il  postale. Gli dissero anche che il comando Alleato si era stabilito in uno dei palazzi  dei  Previtera,  quello  che  oggi   è di Perrone, del macellaio Sgroi e di don Nino Lo Castro. E c’era movimento di grano, di farina, anche di un chilogrammo, di mezzo chilo. La fame era per tutti, esclusi i pochi privilegiati. Nelle strade un via vai  di  gente,  di  casa  in  casa,  soprattutto  la  sera;  chi barattava fave, ceci, legumi, grano, granoturco, farro, cicerchie, a scambio o con soldi o con formaggi o altro. Lavoravano molto i casalinghi “mulinelli” – piccoli mulini – in pietra lavica, macinando grano a tarda sera, alla fioca luce della “lumera” o del lume a petrolio o della “ddeda”- teda  –. A Croce Francesco, il mulinello della ‘gna Nina, che ora  giace inoperoso – si potrebbe dire: “e questo gran poltrone  di un vecchio mulinello ingannatore, che vive in ozio come un gran signore” – girava instancabilmente, dandosi  il   cambio le persone, perché azionato a forza di braccia, e poi si cerniva col “crivo” – buratto – la crusca dalla farina, o, quando era poca, si mischiava il tutto.

Ggiddiu ritenne opportuno spostarsi dalla proprietà dei Dell’Aquila e si acquartierò sul monticello di Pietramarina, un’isola d’arenaria che era rimasta al centro di antiche lave che il Mongibello – l’Etna – aveva eruttato in tempi passati.

C’era lì un pastore che teneva le sue pecore al quale raccontò che era lì perché era disertore e gli disse che se lo avesse rifocillato e avesse tenuto la lingua a posto l’avrebbe ben pagato.

Sapeva che  in quei luoghi  c’erano  storie di  “travature”,  di magie   e   sortilegi,   perché   luogo   magico   sembra   tuttora, affascinante, ammagante, ma Ggiddiu non aveva paura di queste cose; non voleva prendere il tesoro di cui aveva sentito raccontare da bambino, di quella chioccia con i pulcini tutti d’oro. Un problema aveva Ggiddiu: salvare la pelle. Aveva sentito raccontare, da bambino, nelle sere d’inverno, davanti al braciere, che due donne di Castiglione di Sicilia avevano preparato dei cibi particolari per poter sciogliere l’incantesimo, ma vennero scaraventate da un fulmine, chi da una parte chi da un’altra parte. Ma di tutto questo a Ggiddiu importava un fico secco; non erano i soldi il suo problema.

Così Ggiddiu stette lì parecchi giorni arroccato in alto per avere migliore visione. La mattina scendeva nell’ovile e mangiava ricotta calda con pane inzuppato in essa.

I cani all’inizio ringhiavano, ma al fischio del pastore andavano a cuccia. Pian piano si affezionarono anche a lui e gli scodinzolavano. Quando il cane scodinzola viene sempre da amico, non deve far paura, l’uomo invece sì, deve far paura. Ad un certo punto dopo giorni e giorni a Ggiddiu gli si accese la lampadina in testa. Aveva sentito dire che Salvatore Giuliano si trovava ad Antillo dove teneva un’amante e da cui aveva avuto anche un figlio, per cui di tanto in tanto scappava da Montelepre e andava da quelle parti. Pensò che doveva andare a parlare con Salvatore Giuliano pregandolo di portarselo con sé a Montelepre, così di Ggiddiu nessuno avrebbe sentito più parlare. Avrebbe pregato amici di diffondere la voce che lui era morto in qualche scontro a fuoco, che l’avevano ammazzato e avrebbe così cambiato vita e identità.

Quest’idea lo mise su, lo fece sentire meglio e così decise di portare alla volta del paese di Antillo.

Strada facendo fece tappa e Chiappi’ i Mancina, nella terra dei G. di Linguaglossa. Ovunque andava trovava terra di proprietà dei linguaglossesi, perché questi essendo infaticabili lavoratori e risparmiatori straordinari avevano oltrepassato i confini delle proprie terre, comprando nei Comuni viciniori; ovunque andavi trovavi linguaglossesi, e anche nel mondo ve ne sono sparsi migliaia e migliaia, nelle Americhe, in Australia, in Argentina, in Venezuela, in Canada, ecc. Qui la terra era generosa e si approvvigionò di frutta: susine regina, susine gialle, uva a volontà e già erano maturati i primi fichi bianchi e c’erano anche le “botte” di ficazzane – fico fiorone – anche di quelle sanfrancescane – sia lodato san Francesco d’Assisi. I G. dietro la casa avevano la stalla per le bestie; Ggiddiu si aggirò circospetto e non vedendo nessuno – il silenzio era tombale – si sistemò a riposarsi nella mangiatoia.

Ggiddiu non aveva visto nessuno, e nessuno aveva visto lui, però qualcuno l’aveva sentito. Dopo un po’ che si era assopito nella mangiatoia, sentì due canne fredde poggiate sul collo. Gli disse l’uomo che gli aveva puntato le due canne di lupara nella gola: «Cu iè ddocu?» «cu siti?».

“Chi è lì?, chi siete?” Ggiddiu al contatto del freddo metallico delle canne – malgrado fosse estate, quelle canne sempre fredde erano – sgranò gli occhi ed esclamò: «G.!». «E tu cu si ca mi canusci?» «Iò sugnu, Ggiddiu» “E tu chi sei che mi conosci? Io sono, Egidio”. «Ggiddiu!», esclamò G., e si abbracciarono. Poi, parlando piano, perché anche i muri a volte possono avere orecchie, il G. disse a Ggiddiu: «Con te mi posso confidare, perché tutti e due, mi pare, siamo dei poveri conigli inseguiti dai cirnechi; io sono renitente alla leva, ho avuto paura di andare a far la guerra, di tanti si dice che sono morti, io non lo so come va a finire. Mi dice sempre mio zio il canonico che si stava meglio al tempo dei Borbone, non c’era da fare il soldato, non venivano rubate le braccia che servivano per seminare il grano, per falciarlo, per zappare, per dare il solfato alle vigne. I lavori sono in ritardo e li devono fare le donne, i vecchi e i bambini. Tutta colpa  di Garibaldi, che doveva starsene nel paese suo e non venirci a inquietare, che noi eravamo nella nostra pace. E poi la rivoluzione che l’ha fatta lui? C’erano ventimila picciotti siciliani che poi sono stati gabbati, a cui dovevano spartire le terre; e dove sono ora queste terre? Di chi sono? Sempre dei padroni sono! Mi diceva sempre mio zio canonico che a Bronte, altro che terra, tutti in galera finirono e tanti ancora peggio. Quel Bixio che se la prese con la povera gente e a Linguaglossa voleva i muli, i carretti, i viveri, coi linguaglossesi la testa sbattè, nel muso glieli abbiamo dati i carretti carichi di vettovaglie. Si, ai linguaglossesi voleva fregare! Mai Marì! Bel guadagno ci abbiamo fatto, diceva sempre lo zio canonico: i savoiardi sono buoni solo per il latte; e poi che hanno fatto? Si son portate le nostre industrie al Nord e al Sud ci hanno abbandonati, a mano di proprietari e campieri. Bella cosa! E poi del colera del 1867, che fatta l’Unità d’Italia, eravamo in troppi, e in Sicilia ci volevano “stutari i micci”, ci volevano fare “attirantari i palitti”, tutti morti ci volevano. Ma male ci finirà ai Savoia, male ci finirà. Il Signore non paga il sabato e nemmeno la domenica. Ci deve finire peggio dei proprietari di Bronte, malanova!».

«E poi è possibile che in Sicilia mai possiamo avere un nostro re? Prima i Greci, poi i Romani, poi i Bizantini, gli Arabi, i Normanni, gli Svevi, gli Angioini, gli Spagnoli, i Savoia – già li avevamo provati, misero un sacco di tasse – poi i Borboni e poi ancora i Savoia, come se non li conoscessimo; non è cosa di poter esprimere mai un nostro re. Dice sempre lo zio canonico, sarebbe stato meglio che a governare sulla Sicilia e anche su tutta l’Italia fosse stato il Papa e le cose sarebbero andate molto meglio. Un tempo ci fu un Papa che in tre mesi innalzò tante forche che pulì campagne e città dai malviventi, non è che la capacità di governare, i Papi, non ce l’hanno? Ce l’hanno e come! » « E G., non te la prendere» gli disse Ggiddiu, «facciamo la volontà di Dio». «Mah, speriamo che questa guerra finisca presto e che a noi ci finisca bene , “A viu trubbula”, – non la vedo bene – Vieni Ggiddiu, passa di là, nella casa, che stiamo più comodi».

In effetti, la casa, non per quanto fosse di campagna, era molto comoda. Un ammattonato di cotto, “i matuni i crita”, “i visuli”, le pareti dal liscio intonaco e ben imbiancate, i letti, un tavolo da cucina, per mangiare ed anche un tavolo per fare i conti, uno “scagno” – scranno – Inoltre i dammusi di cannizzu, isolavano il tetto dal caldo e dal freddo, meglio di qualsiasi isolante moderno. Oggi spendiamo fior di quattrini e non riusciamo ad isolare le nostre case nel dovuto modo, mentre una volta ci riuscivano a meraviglia.

A Ggiddiu quella casa sembrò una reggia; a lui che aveva dormito montagne montagne, in grotte o fuori all’addiaccio, nelle gelide tombe di Troina e Cesarò, nelle stalle, nelle mangiatoie, quella casa sembrò un sogno: un letto col materasso di lana, bello morbido, una tavola “cunzata” – apparecchiata – quando mai!

Si sentiva sazio al solo vederla, anche se sopra non c’era nulla, ma da lì a poco il G. avrebbe approntato un pranzetto coi fiocchi.

C’erano già le prime zucchine e i pomodori già pronti che aveva piantato ai primi d’aprile sotto l’alta rupe al riparo da venti di tramontana – “o riparanti” – e quindi combinò una pasta alla Norma, con zucchine fritte al posto delle melanzane. Gli spaghetti ce li aveva – i G. se la passavano bene -, la ricotta infornata gliela fornivano i pecorai di Verzella; e un coniglio? Manca mai un coniglio a un contadino? C’era anche un bel coniglio al sugo.

Rifocillati ben bene si misero ancora a chiacchierare; specie quando un uomo sta solo e incontra un altro uomo, quell’animale sociale che è l’uomo, dice Aristotele ha bisogno di parlare. Fecero anche due sigarette con le cartine e c’era anche il caffé, fatto di ghiande abbrustolite, (che all’occorrenza per fame venivano mangiate pure). Pensarono così di farsi una bella dormita, anche se ancora non imbruniva. Ggiddiu cadde in un sonno piombigno, come un morto, e si svegliò l’indomani mattina – unica tirata – e gli parse che si fosse coricato allora allora. Bivaccò lì un po’ di giorni, il G. non voleva farlo andar via, perché aveva trovato la compagnia, una gradita compagnia, ma Ggiddiu, come suo solito dopo un po’ di giorni partì.

Voleva fare tappa alla Curma, dove loro avevano le terre, ma arrivato a monte Colla si scatenò l’inferno: in meno di un’ora lampi, tuoni, e grandine a non finire.

Dicono i pastori che quello è un punto dove si scontrano i mali tempi, fra il tempo che sale dalla marina e quello che si trova alla porta dei Nebrodi.

Difatti i pastori temono questi luoghi, perchè quando vi sono i lampi gli armenti sono a rischio e pure loro stessi. Più di un pastore è stato preso da qualche lampo – fulmine – e spesse volte sono rimasti con reliquati.

Ci fu una grandinata colossale, grandine come uova che proveniva da Roccella Valdemone. Dicono “i genti antichi” – la gente anziana, – che quando “cala”, scende “a  Rucciddisa” c’è danno enorme. Sono nubi carichi di grandine che calano dai Nebrodi. Mi diceva Don Vittorio   Papotto,  originario  di Solicchiata,  che  quella  grandine   dopo la guerra  completò l’opera. Ci furono danni immensi che si ripercorsero per anni; “supra a  vaddira  u  cramprunchiu”, sull’ernia il carbonchio, dicevano gli antichi.

Oggi don Vittorio Papotto pasticcere emerito, vive a Sant’Alfio, e i suoi dolci, le sue paste di mandorla alla nocciola, vanno in tutto il mondo. Don Vittorio Papotto, oggi Cavaliere, è l’ambasciatore di sant’Alfio nel mondo.

Ggiddiu voleva far passare quel malo tempo e alzando gli occhi al cielo con l’ indice e il medio uniti tracciava nell’aria delle croci acchè il tempo si placasse: “Santa Barbira e san Gilormu ,quant’è  beddu  lu  vostru  nnommu”,  così  come   faceva “a Miricana” – l’americana – (la grande vecchia che  visse quasi cent’anni), quando i tuoni rotolavano dalla Timpa, dai Salici e dal Serro Antico.

Gesti arcaici, apotropaici, oggi forse incomprensibili all’uomo moderno, più tecnologico, ma allora motivo di salvezza e di arcano potere a chi questi gesti sapeva fare con le giuste parole.

Davano carisma e senso di magia a persone che venivano per queste temute e rispettate.

Si inzuppò d’acqua come una spugna e infreddolito s’affrettò ad arrivare alla Curma, costeggiando le case del cavaliere dei Paternò – Castello e salendo per “u Cugnu a Ggirasa”, cercando di non farsi vedere da alcuno. Approfittò,nel contempo, per fare incetta di pere, che lì crescono abbondanti e arrivato che fu sul monte, dove avevano la casa nella vigna, accese il fuoco, sempre con quei zolfanelli a prova d’acqua – neanche fosse il fuoco greco – e spogliatosi come lo fece sua madre, si asciugò i vestiti.

Era stanco, spossato, e mangiando solo un po’ di pere si addormentò come un Gesù Bambino.

Sarà stata la leggerezza del mangiare, sarà stato quel luogo della memoria, dove sin da ragazzino, quando zappavano le vigne al frinire delle cicale di giorno e al crì crì dei grilli di notte – rimanevano a dormire lì – Ggiddiu fece dei sogni bellissimi. Sognò sua madre Egidia, che anche lei portava lo stesso nome del santo patrono di Linguaglossa, sant’Egidio Abate, che lo teneva, bambino, sulle sue sicure e confortevoli ginocchia, e lo ninnava: «Sant’Antuninu quann’era  malatu, tutti li santi lu   hienu à vidiri, cu ci purtava un pummu e cu lanatu – melograno – la matri Santa… “San’Antonino quando era malato, tutti i Santi lo andarono a trovare, chi  ci portava mele e chi melograni, la madre Santa…

…E si Ggiddiu non voli dùrmiri, corpa ‘ndo culu quantu n’haviri?!»… “E- se Egidio non vuole  dormire,  botte  nel culo quante ne deve avere?!”

Si svegliò dolcemente per quel sogno che aveva fatto nella lunga nottata, e pervaso ancora di quel sopore, non voleva alzarsi, ma l’interesse suo era quello di sbrigarsi, non è che Salvatore Giuliano aspettava lui o avevano preso un appuntamento? Ci sarebbe voluta un po’ di fortuna, senza la quale nella vita nulla si può fare: intelligenza si, saper fare si, ma senza la fortuna – a lucertula – nulla si può; se la “pupa” non balla che si può fare?

E così si alzò, ma gli tornò il magone, quella voglia di vedere i suoi. Pensò: “Prima di partire per Montelepre con Salvatore Giuliano, almeno li vado a vedere per l’ultima volta, perché chissà quando li rivedrò e se li rivedrò più? Chissà dove mi porta la vita? Perché Ggiddiu, come forse ognuno di noi, non andava dove voleva lui, ma dove la vita, il suo destino, il Fato greco, lo portava.

Per l’ultima volta avrebbe rivisto il suo vecchio padre, la sua vecchia madre, la sorella Concetta e Lucia e la sorella Rosa, macrocefala, che per quanti scherzi poteva farle le voleva un bene dell’anima, così profondo, di quel bene che spesse volte è di più, è superiore, perché ai figli e ai fratelli che hanno problemi mentali, ne viene riversato in maggior copia.

Nei paesi del sud, “ai babbi” ci vogliamo tutti bene. Così si rimise in cammino. Sul monte Culma spuntavano i primi chiarori dell’alba che annunciavano il nuovo giorno.

Si vedeva in lontananza la Rocca Novara (di Novara di Sicilia), e sotto la grande fiumara e le case, i quartieri che aveva fatto costruire Benito Mussolini per bonificare quei luoghi, ma non vi riuscì perché erano terre magre, adatte solo per pecore e vacche. Belle case coloniche per quei tempi, ma purtroppo con i segni dell’abbandono. Le ho viste anch’io dopo tanti anni, attigue ai tornanti per andare a Novara di Sicilia, sembravano case abbandonate nel Far-West. Qualche coniglio che ancora non si era ritirato gli scappava sotto i piedi, ma non lo faceva spaventare. C’era quell’umidore, quell’afrore della prima mattinata quando l’aria è ancora pregna dell’umidità della notte e che il sole, asciugando il fieno, ne fa evaporare l’umidità e crea ancora più fastidio. Un vantaggio comunque c’è:  non viene sete.

Il fieno rendeva difficoltoso il cammino, non era stato mietuto per mancanza di braccia, gli uomini erano al fronte, tanti nella gelida Russia, a congelarsi e chi nelle navi o nei sottomarini. Molti non sarebbero tornati più, alcuni sarebbero invece tornati sotto forma di sarde e mascolini – alici – : mangiati dai pesci. Mi raccontava Turi La Guzza, il fabbro, che un giovane prima di partire si salutò lì, nel quartiere; era destinato ad un sottomarino. «’Gna Tresa – signora – Teresa – à salutu, ca partu pi la guerra». «Non ti scantari, ca prestu ni videmmu, cunfiditi cu Ddiu», le rispose la gnà Tresa, cattolicissima, vedendolo preoccupato.

«’Gna Tresa, quannu mangiati sardi e mascolini, pinzati a mmia,  ca  dda  ci  sugnu  macari  iò»,  e  gli  occhi   gli  si inumidirono….e anche alla ‘gna Tresa.

Difatti, questo ragazzo, dalla guerra non tornò più.

A Ggiddiu lo consolava la presenza di molti fiori che abbacinavano gli occhi. Tanti arbusti di “babascu”, il verbasco; “Biscu, biscu, babascu

Jetta i ciuri all’ura ti mmiscu “Biscu, biscu verbasco”

butta i fiori se no ti picchio”, così gli aveva insegnato suo padre, sbattendo il verbasco con due dita e facendo cadere i fiori che cadevano solo quando erano maturi. E intanto  il frinire delle cicale era assordante, serviva a tener sveglio Ggiddiu, che era ancora mezzo addormentato.

Sotto i piedi, quasi a spaventarlo, (ma Ggiddiu era uomo senza paura, uomo della notte), una nidiata di quaglie, belle grassoccie, che scappavano chi a destra chi a manca: c’era da accomodare per qualche giorno, ma non riuscì a prenderne neanche una.

Anche nella politica o nella vita, chi sa fare il salto  della quaglia e vola basso, così non corre pericolo, spesso si salva. Il cacciatore che spara non sempre colpisce la quaglia. Però Ggiddiu, uomo senza paura, era un gigante dai piedi d’argilla. A Ggiddiu non lo fregava nessuno, ma gli affetti si. Quel lungo sogno nella notte gli aveva sconquassato il cervello. Era come se il sogno continuasse ancora nella sua mente, come quando uno pensa o meglio gli piace ancora pensare di continuare il sogno, di prolungarlo quanto più è possibile; succede quando il sogno è dolce. Dicono i neurofisiologi, gli studiosi del nostro sonno, che non ci si sveglia subito, ma ci vuole tempo, la cui lunghezza di questo tempo è differente da persona a persona, e Ggiddiu non voleva tornare alla cruda realtà; quel tornare bambino sulle ginocchia della madre gli era piaciuto, si sentiva protetto, ninnato, confortato. In fondo si sa, il periodo infantile è il miglior tempo della nostra vita, i migliori anni, l’imprinting, quando non ci sono pensieri brutti, ma solo cose belle; c’è anche la miseria, ma il bambino non la capisce la miseria, non viene intaccato da questa. E’ come il cane che ama il suo padrone, anche se barbone; il cane non s’intende di moda, ma vuole bene a chi gli vuole bene, un po’ come i bambini, la cui madre, anche se brutta è per loro la più bella di tutti e viceversa: “Ogni scarafone sta bello a mamma soia”, così dice il napoletano. Giustamente Ggiddiu aveva fame. Quella frutta gli aveva fatto allampare la pancia. Si sentiva le gambe molli, forse si era frastornato per il sogno.

Pensò di passare dalle “mannuri” di pecore – ovili – dove negli anni precedenti, d’estate, prendevano il letame di pecora, bello sfarinato, che faceva tanto bene alle vigne per fare i “fussuna”, dei grandi fossati dove venivano messe muddacchine, ginestre, tralci di vite e letame di pecora, ovviamente.  Conosceva il pastore e lo chiamò di fuori, a forte voce,  anche perché il pastore doveva blandire i cani che abbaiavano: «Oh pasturi!»

«Cu iè ddocu?»

«Amici».

Il pastore si affacciò e lo riconobbe. «Si può avere un po’ di ricotta calda?»

«Trasiti, trasiti» – entrate, entrate.

Ggiddiu entrò prima nell’ovile, dove il pastore dava la voce ai cani, per calmarli. Poi entrò nella casetta rustica di pietre in crudo, pietre irregolari messe una sopra l’altra alla meglio, da gente spratica di fabbrica, quali sono i pastori. Una porta sbilenca di vecchie tavole dove i segni del tempo avevano evidenziato le venature del legno; tavole di castagno adatto alle intemperie, tenaci e indistruttibili nel tempo.

L’interno sembrava l’antro di un mago, di un alchimista, che preparava con i suoi alambicchi il magico prodotto del latte, il formaggio e la ricotta.

Gli mancava solo il copricapo a pizzo che era invece sostituito dall’immancabile coppola.

La cagliata già era pronta e il pastore si dava da fare, immergendo le braccia nella “quatara” – recipiente di rame – per metterlo nelle “fasceddi” –fiscelle–.

Finita quest’operazione, aggiunse un po’ di altro latte ed aumentando il fuoco lentamente, con dell’altra legna, aspettò – il pastore non ha mai fretta – fino a che, come per magia, la ricotta si rapprese galleggiando.

Prese “u busunettu” – scodella di rame, ramaiolo – e prendendo la ricotta nella “quatara” la versò in un piatto che aveva precedentemente lavato nel siero caldo e lo pose a Ggiddiu. Gli diede anche un pezzo di pane di frumento, che Ggiddiu sminuzzò (il pane non si deve tagliare col coltello, bensì sminuzzare con le mani, acchè la ricotta entri nei piccoli anfratti dei pezzettini di pane) e con un cucchiaio di legno ne mangiò in abbondanza.

Dopo averlo rifocillato gli diede anche due “mussuruchi” – piccole caciotte – da portare con sé ed anche un po’ di “tuma” – formaggio fresco – col pepe nero; una delizia.

Lo accompagnò all’uscita, per via dei cani, roteando il suo nodoso bastone di “pirainu” –perastro- e gridando parole incomprensibili alle pecore e alle capre: tirizzò, tirizzò, brec, brec, arabrec; parole greche, arabe, latine, sicane? E poi ancora, salamecci, salamecci, parole che si tramandano da padre in figlio, parole arcane, magiche, ma che le pecore e le capre comprendono benissimo. Ancora oggi i pochi pastori rimasti usano questo immutato linguaggio. I muri che circondano l’ovile erano piene di “spurigni”, quegli arbusti spinosi che assomigliano alle ginestre, dai fiori gialli, ma che ginestre non sono. I pastori, a tutt’oggi, almeno quelli più anziani, sono rimasti legati a sistemi arcaici; l’unica miglioria operata, nel loro lavoro, il passaggio della mula all’ape – motocarrozzetta -, nulla di più.

I giovani invece, oggi, hanno moderni caseifici, impiantati soprattutto con i fondi della Regione Siciliana e della Comunità Europea.

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Giovanni Sciara è nato a Linguaglossa(CT), un paesino alle falde dell’Etna. Compiuti gli studi regolari,emigra a Catania per gli studiare medicina. Si laurea in Medicina e Chirurgia. Attualmente vive a Linguaglossa. Ha pubblicato: “Sull’antico stemma della chiesa di sant’Egidio Abate in Linguaglossa”2005 con ‘Il mio libro.it “Nascita e morte del torrente Lavina”2006 con ‘Il mio libro.it “Padre Bicicletta e altri racconti”2007 ,con ‘Il mio libro.it -2009-“I monaci di Santu Stasi”,racconti,con la “Maremmi Editori” “Il brigante di Pietramarina” ,romanzo storico,con la Maremmi Editori” -“La grotta del fico nero”, romanzo,con la “Maremmi Editori” -Componimenti religiosi,d’amore e di sdegno dell’antica Linguaglossa 2012,con ‘Il mio libro.it -I Vecchio a Linguaglossa e a Castiglione di Sicilia 2013 con ‘Il mio libro.it “-La fabbrica delle ostie”,spaccato degli anni ’50 e ’60,un amarcod siciliano,tra ricordo e nostalgia 2014, con ‘Il mio libro.it --2016-“Il brigante di Pietramarina”con la casa editrice Aedobooks. --2016-“Il brigante dell’Etna”con la casa editrice Aedobooks. -- 2017-“I monaci di Santu Stasi” con l’Aracne editrice. La sua scrittura viene classificata nella corrente letteraria del realismo magico o più propriamente del realismo magico siciliano.Scrive spesso sul giornale “La Sicilia”. Suoi scritti sono stati tradotti e pubblicati negli Stati uniti d’America. I suoi racconti e romanzi sono quasi tutti ambientati a Linguaglossa, Castiglione di Sicilia, Savoca, Forza d’Agrò e paesi viciniori. Hanno parlato di lui: Sergio Bilotti, Enza Conti, Angelo Manitta, Prof. Girolamo Barletta, Prof. Salvatore Castorina Grasso Salina, Concita Lo Giudice-Venezuela, Turibio Venera-Parigi, Antonino Sellerio, Prof Gaetano Cipolla dell’University Saint John di New York, Vanessa Stieb scenografa al teatro Colòn di Buenos Aires,Prof.essa Silvana La Porta-Giornalista-; Emilia Giuliana Papa –giornalista-; Prof.Alfonso Campisi des Universitè de la Manoube –Tunisi, Président de l’AISLL; Prof.essa Lillyrose Veneziano Broccia,della University of Pennsylvania-Philadelphia ;la Mariani,scrittrice,ecc.ecc. .Articoli riferiti a lui sono stati scritti in varie riviste letterarie e giornali, come “Il Convivio”, trimestrale di Arte,Poesia, Cultura a cura dell’Accademia Internazionale “Il Convivio”, ”La Sicilia”, “Il Giornale di Sicilia” di Palermo,”Il Gazzettino di Giarre”ecc. -Ha fatto parte di giurie letterarie e teatrali. Lo scrittore Giovanni Sciara ha ottenuto notevoli riconoscimenti nazionali e internazionali: --2011 Premio Internazionale “Il Convivio” – Premio Speciale della Giuria, per il romanzo storico”Il brigante di Pietramarina” --2012 Premio Internazionale”Il Convivio” per il romanzo ”La grotta del fico nero” --2013 Primo Premio Nazionale “Angelo Musco”--Sezione Letteraria—per il romanzo storico “Il brigante di Pietramarina”. Giuria rappresentata dall’Università di Catania—Facoltà di Lettere e Filosofia. --2015 Finalista—solo due finalisti—al Premio Nazionale “Angelo Musco”Sezione Letteraria. Giuria rappresentata dalla Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Catania,con l’opera “I monaci di Santu Stasi”. -E’ PRESENTE NEL DIZIONARIO BIOBIBLIOGRAFICO DEGLI AUTORI SICILIANI TRA OTTOCENTO E NOVECENTO.. -DAL NOVEMBRE 2016 FACENTE PARTE DEL COMITATO D’ONORE CANDIDATURA UNESCO PER LA REGIONE SICILIA . --2016 PUBBLICA CON LA CASA EDITRICE AEDOBOOKS DI ROBERTO TOMASSI”IL BRIGANTE DELL’ETNA”. ---2016 PREMIO INTERNAZIONALE MICHELANGELO BUONARROTI—SEZIONE “D” NARRATIVA, CON “I MONACI DI SANTU STASI”:”DIPLOMA D’ONORE CON MENZIONE D’ENCOMIO”. --2017 VINCITORE DEL PREMIO LETTERARIO “ GIOVANNI PASCOLI”,ASSEGNATO DALL’A.I.A.M.(ACCADEMIA INTERNAZIONALE D’ARTE MODERNA ROMA-PRESSO UNIVERSITÀ VALDESE CON IL ROMANZO: “IL BRIGANTE DELL’ETNA”,CASA EDITRICE “AEDOBOOKS, DI ROBERTO TOMASSI,PRIMO PREMIO ,MEDAGLIA D’ORO ,PER LA NARRATIVA EDITA.PARTECIPANTI 95. 2017 SOCIO ONORARIO “UNIONE CANTASTORIE”( STORYTELLERS UNION IN THE WORLD”). -OPINIONISTA DEL GIORNALE “LA SICILIA” --2017 RIPUBBLICA CON L’ARACNE EDITRICE DI GIOACCHINO ONORATI “I MONACI DI SANTU STASI” -- DICEMBRE 2017 PUBBLICA CON LA CASA EDITRICE ERACLE “LA BARONESSA DI GIBILROSSA” ---GENNAIO 2018 VIENE SEGNALATO AL PREMIO “ANGELO MUSCO “ PER LA SEZIONE LETTERARIA, PER IL ROMANZO EDITO,”LA BARONESSA DI GIBILROSSA”,GIURIA DELLA FACOLTÀ DI LETTERE E FILOSOSOFIA DELL’UNIVERSITÀ DI CATANIA,PROF.TROPEA,PROF.CRISTALDI ECC. ---GENNAIO 2018 PRIMO PREMIO METAUROS 2018 ,UNIVERSITÀ PONTI, PER IL ROMANZO STORICO “LA BARONESSA DI GIBILROSSA”.PRESIDENTE PROF.GIUSEPPE TASSONE. - 2018 PREMIO LETTERARIO INTERNAZIONALE ,PREMIO ASSOLUTO “GIOSUÈ CARDUCCI”AIAM ROMA, PER IL ROMANZO “LA BARONESSA DI GIBILROSSA” - 2018 PUBBLICA CON LA LINK EDIZIONI IL ROMANZO “GLI AMICI DI ROMA” - 2018 PREMIO INTERNAZIONALE PROSERPINA,SEZIONE CULTURA, ASSEGNATO AI SICILIANI CHE SI SONO DISTINTI NEL MONDO.

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