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Noto, Progetto Presidio, azioni di sostegno per 150 lavoratori stranieri

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«Una presenza, come Chiesa, per far sentire meno sole queste persone, perché come cristiani vogliamo andare incontro a tutti». Con queste parole don Gianni Treglia ha aperto l’incontro, alla Casa del Fanciullo San Domenico Savio di Pachino, per presentare il progetto ‘Presidio’ che è rivolto ai tanti lavoratori stranieri che vivono nella fascia trasformata. È stato Roberto Castronovo, operatore del progetto, a presentare il lavoro di ‘Presidio’ che ha già registrato 150 persone. In prevalenza di origine tunisina e marocchina, quasi tutti impiegati nei campi, ma c’è anche chi è impegnato in altri settori lavorativi. Di recente si sta registrando un aumento di persone provenienti da Venezuela e Perù, spesso con contatti nel territorio. Anche loro lavorano nelle serre, spesso in condizioni di sfruttamento anche grave e con condizioni di vita il più delle volte inaccettabili. Sono in prevalenza uomini quelli che si rivolgono al ‘Presidio’, operativo due giorni a settimana all’Oratorio della parrocchia di San Corrado. I quattro operatori coordinati da Irene Cerruto, insieme ai volontari e ai religiosi della comunità intercongregazionale, in rete con Cgil, Diaconia Valdese, cooperativa Proxima, offrono loro innanzitutto un ‘luogo’ di ascolto, perché, come ha detto don Gianni Treglia, «riscontriamo una grande solitudine di queste persone. Per questo è importante essere presenti, stare con loro, ascoltare, dare un aiuto per quel che possiamo». Per prima cosa, occorre partire dalla conoscenza della lingua, per dare ai lavoratori migranti lo strumento per capire e farsi capire, per potere entrare in relazione. Per questo motivo ‘Presidio’ offre una scuola di alfabetizzazione di italiano. Si offre anche un sostegno di tipo legale e amministrativo, non tralasciando anche l’aspetto sanitario, grazie al ricorso a figure professionali volontarie. Quello di ‘Presidio’ è un lavoro in rete. Nuccio Giansiracusa, della Flai Cgil, ha illustrato il lavoro che l’organizzazione sindacale svolge quotidianamente: un camper alle 5 del mattino va a incontrare i migranti dove spesso attendono il caporale. Offre una brochure in varie lingue per far conoscere loro i diritti del lavoratore. E va oltre, con una tenda rossa proprio tra le campagne, per essere una presenza concreta, cercando di far emergere le situazioni di sfruttamento dove i migranti «dormono in baracche fatiscenti». È questo il senso del ‘sindacato di strada’, che parte dalla consapevolezza di stare accanto a ciascun lavoratore, italiano o straniero. «La dignità umana non si discute – ha detto Giansiracusa -. Se stiamo a discutere sulla dignità umana, se la sua tutela non è un fatto assodato, allora abbiamo un problema». L’obiettivo è regolarizzare le posizioni lavorative, «perché essere regolare aiuta tutti. E chi non vuole il lavoro regolare non vuole una vita sociale serena». Per Giansiracusa, occorre lavorare in ambito istituzionale, perché la soluzione contro lo sfruttamento è il «collocamento pubblico», che chiude ogni strada al caporalato. Nel corso dell’incontro, al quale erano presenti anche alcuni rappresentanti istituzionali e di altre associazioni come Proxima, Fidapa e Pro Loco, è emersa chiara la volontà di un lavoro sempre più in rete.

Presente anche don Paolo Catinello, referente diocesano di Migrantes, e il direttore della Caritas diocesana di Noto, Maurilio Assenza, che in conclusione ha citato San Francesco d’Assisi, che ripeteva ai suoi frati «Cominciate col fare ciò che è necessario, poi ciò che è possibile. E all’improvviso vi sorprenderete a fare l’impossibile». Partendo da queste parole, Assenza ha invitato tutti a «ritrovare l’arte di essere umani. Restare umani, senza contraffare il cristianesimo, riportandolo alla sua essenza evangelica». E ancora: «Investire sull’educazione, mettere i ragazzi e i giovani a confronto con queste realtà e con la Costituzione. Mettersi, con loro, in movimento, contro ogni forma di sfruttamento». In un cammino di collaborazione e alleanza con quanti hanno lo stesso obiettivo, perché domani «potremo raccontare una storia diversa qui a Pachino e in altri territori, una storia fatta di cammini di liberazione, di esodo». E come? Educando, «mettendoci il cuore», essendo presenti, «per arrivare prima del caporale». È questa la sfida che come comunità ecclesiale si vuole raccogliere, «una grande responsabilità – ha detto Assenza – che sentiamo nel sostenere questo vostro lavoro di liberazione».

 

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