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Modica, alternanza scuola – lavoro: gli studenti con Giovanni Salonia e Antonio Sichera

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Sono circa centoventi i ragazzi, soprattutto dell’Istituto ‘Galilei-Campailla’ di Modica, ma anche del Verga, impegnati nei progetti di alternanza scuola-lavoro promossi insieme da Fondazione di Comunità Val di Noto, Casa don Puglisi, Crisci ranni, Policoro. Il gruppo di “Orientarsi ed esercitarsi” ha avviato una conoscenza del lavoro nel territorio, volendo comprendere come diventa possibile un lavoro dignitoso, bello, capace di costruire comunità. I “percorsi di professionalità e relazione” si sono avviati confrontandosi con esperienze esemplari a partire dal docu-film della Settimana sociale dei cattolici “Il lavoro che vogliamo”. Tutto in un clima di cooperazione, serierà, ricerca di senso che sono premesse importanti per comprendere e vivere la sostanza del lavoro e prepararsi ad esso. Un momento importante, che ha coinvolto tutti gli studenti si è tenuto alla Domus Sancti Petri. Giovanni Salonia (Istituto di Gestalt H.C.C. Kairòs) ed Antonio Sichera (Università di Catania), hanno affrontato il tema: “Il lavoro tra scelte di vita ed echi nelle produzioni culturali”. Un intenso e proficuo dialogo con gli studenti, che hanno posto domande, maturato riflessioni, espresso speranze e timori per il futuro. «Si tratta di una sosta con amici che ci aiutano a capire il senso del lavoro», ha spiegato Maurilio Assenza, direttore della Caritas e presidente della Fondazione di Comunità Val di Noto. E ha ricordato: “La scuola buona sa dove va”. Giovanni Salonia, riflettendo sul senso del lavoro, ha detto ai ragazzi: “L’uomo è un homo faber. L’uomo deve lavorare per amare, perché amare comporta fatica, impegno”. Partendo da una citazione di Freud, ha ricordato come “amore e lavoro camminano insieme, non sono distinti. L’amore ha bisogno di essere coltivato, deve crescere”. E come si riconosce il lavoro fatto con amore? “Dai dettagli. Nei dettagli si vede il capolavoro. Anche se è un lavoro ordinario, a volte anche ripetitivo”. Altro elemento fondamentale la creatività: “Il mondo non è bell’e fatto. Ha bisogno di noi. Siamo nel mondo per lasciarlo più ricco, più bello”. Rispondendo a una domanda dei ragazzi, su come affrontare ciò che sempre più spesso accade, cioè fare il lavoro che ci si è trovati a fare per necessità e non per scelta. “La grande sfida di oggi è questa: come trasfigurare il lavoro che non ho scelto… Qui scatta tutto il nostro essere umani: la creatività, la volontà di rendere più bello il mondo. Ecco, direi – ha detto il frate cappuccino – bisogna dare forma al lavoro che facciamo”. E poi un forte invito ai giovani: “Esprimete le vostre potenzialità. Pensate con la vostra testa. Oggi siamo pensati, non pensiamo quasi più. La sfida di oggi è avere un pensiero proprio. Spesso ci blocca la mancanza di senso. Per questo vi esorto, con serenità, ad esprimere le vostre potenzialità, attraversando la reciprocità. Che è il punto di arrivo e il punto di partenza di questo processo”. E ancora: “Cercate adulti che vi valorizzano. Un adulto che ha paura delle critiche dei giovani è un adulto che deve crescere”. In un mondo che “ha cose buone, ma che non è fatto per niente bene (l’esperienza di ingiustizie quotidianamente ce lo dice), avete il compito di lottare mantenendo la bellezza”, ha detto citando Camus.

Antonio Sichera ha commentato la fiaba dei fratelli Grimm “Gli gnomi e il calzolaio”: un povero calzolaio che non ha il materiale per lavorare (rimando ai tanti lavoratori precari di oggi), che però ha la coscienza pulita e mantiene la schiena dritta (don Puglisi chiedeva ai suoi giovani di vivere “a testa alta”). “Non credete – ha detto Sichera – a quelli che dicono che non vale la pena mantenersi coerenti, a quelli che dicono che occorre piegarsi ai compromessi. Il calzolaio va a letto perché ha la coscienza retta e si raccomanda al “suo caro” (dice il testo tedesco) Dio. Ovvero si affida, si affida a Dio e più in generale alla vita. Ecco che trova il lavoro già fatto, fatto bene…. e una, due, tre volte: un dono che si ripete! Viene fatto da omini nudi… rappresentano la diversità, fanno pensare ai tanti migranti che fanno lavori umili per noi. Si tratta comunque di un lavoro fatto bene (se un lavoro è fatto bene si vede dai dettagli, dalla cura dei dettagli, e un lavoro fatto bene trasmette sempre bellezza). Il marito e la moglie, quando si accorgono di cosa fanno gli omini per loro, avvertono gratitudine: senza gratitudine il dono non libera, non c’è liberazione senza gratitudine! E li vogliono rivestire! Ed ecco che gli omini non sono più uomini oscuri, ma bei giovani che si guardano e dicono “siamo ragazzi belli e fini” e saltano, danzano. Sono nati! Sono nati loro, sono nati il calzolaio e la moglie… Il lavoro fa da ponte, crea relazione ed è sempre “impresa collettiva”: non si esce dai problemi facendosi i fatti propri, chi sta insieme – pur diverso – vive bene. Il lavoro condiviso libera e genera gratitudine. Al centro c’è il bene relazionale. Non è questione di soldi, ma di reciprocità (etica del dono) e di felicità, che è star bene insieme. Il lavoro così diventa una forma dello spirito”. Dopo il commento della fiaba, Sichera ha letto un brano di Robert Kennedy: “Il Pil non tiene conto della salute delle nostre famiglie, della qualità della loro educazione o della gioia dei loro momenti di svago. Non comprende la bellezza della nostra poesia, la solidità dei valori famigliari o l’intelligenza del nostro dibattere. Il Pil non misura né la nostra arguzia, né il nostro coraggio, né la nostra saggezza, né la nostra conoscenza, né la nostra compassione, né la devozione al nostro Paese. Misura tutto, in poche parole, eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta. Può dirci tutto sull’America ma non se possiamo essere orgogliosi di essere americani”. Ai ragazzi, nel corso del progetto, vengono proposte diverse esperienze concrete: la visita alla Capitaneria di Porto, all’azienda di cosmetici naturali ‘Argital’ di Pozzallo. E ancora a Villa Polara, a confronto con le maestranze che stanno realizzando i lavori di restauro e con quanti si occuperanno di gestire la struttura come luogo di accoglienza e d’incontro.

 

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