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Il Brigante dell’Etna – PARTE 5 – La latitanza in montagna

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Sicuramente era fuggito per la zona “da Manedda ò Mutu”, e poi  per  la  strada  di  San  Giuseppe,  dove  c’era   la  chiesa omonima, oggi nella proprietà dei La Guzza.

Attraversò il torrente  Lavina,  là  dove  sbocca nello “Sciammuru” –Sciambro-, lì dove ci sono le case di don Mariuzzu  Scarlata,  ‘a Martinedda    –Martinella-.   Pensò   di risalire   lo   Sciambro   per   dare   meno   nell’occhio, qualche nemico, qualche spia, ci poteva essere sempre e questi si sa, per ricavarne un vantaggio, ti vendono per poco. Si riposò un po’ al palmento di padre Funcia, perché era tutto sudato e il caldo era tanto. Con un secchio che trovò nella stalla della mula tirò un po’ d’acqua dalla   cisterna, -che lui conosceva bene, essendoci stato a    vendemmiare-  e  si   ristorò,   bevendo abbondantemente.  Dopo questa breve tappa, ripartì, seguendo sempre il percorso  dello Sciambro, e fece un’altra fermata al palmento di Don  Totò Castrogiovanni a Zappinello Sottano. Anche qui bevve un po’ d’acqua e poco dopo ripartì, perché già i carabinieri  a  quell’ora  –pensò-  dovevano  essere  sulle  sue tracce. Lui  aveva il vantaggio, rispetto a loro, che questi non sapevano  per dove avesse  preso,  ma  doveva  essere  cauto, molto  cauto. A Zappinello Soprano vide i suoi familiari che erano nelle vigne, le sorelle, sua madre e il suo vecchio padre. Fu subito tentato di andarci , di salutarli, di abbracciarli, soprattutto la sua vecchia madre, ma l’istinto di uomo braccato gli consigliava di non mostrarsi, di non andarci, doveva essere guardingo anche nei confronti degli affetti più cari. Le grida di gioia avrebbero sicuramente attirato l’attenzione di qualche limitante, e queste potevano essere testimonianze molto pericolose; e poi era meglio che loro non sapessero, perché da lì a poco sarebbero stati torchiati come uva al palmento, come quando si fa il “conzo”, e se uno niente sa, niente gli sfugge, neanche il movimento di un sopracciglio, se invece sa… qualcosa può scappare.

Ancora incerto, si fermò a pensare, a meditare sul da farsi. “Maledetto io!”, diceva a se stesso e nella sua mente, “che mi sono ridotto in questo modo”; perché,  pensava, “il contrabbando era giusto per la fame, ma non per fare soldi”, come lui aveva fatto e voleva continuare a fare; in questi casi, si sa, quando s’incominciano ad assaggiare i soldi, diventa difficile  rinunciarvi.  Così,  purtroppo,  si  formano  i  ladri  e quant’altro.

Si vedeva già per la strada incatenato verso la via del carcere e si ricordò di una preghiera antica di un carcerato:

“Amici, amici, cà ‘Mpaliermu iti, mi salutati la bbedda citadi (città), mi salutati li parenti e amici, e puru dda vicchiaredda (vecchietta) di me matri. A questo punto proruppe in singhiozzi canini, in  lamenti  intervallati  da   respiri brevi e profondi. Inghiottì amaro e proseguì,  addolcendo il suo boccone con le lacrime salate che gli scendevano copiose sulle guance.

Da qui si buttò nuovamente nello Sciambro, nella zona “du Pettu Trauni” –Petto Dragone- e da lì “’ndo Sbausu u Bboi” – Salto del Bue”- e qui i luoghi erano, e sono, molto scoscesi.

Ma Ggiddiu conosceva i “viola” –viottoli, sentieri- dei caprai e dei pecorai, per cui s’inerpicava fra le balze senza alcuna difficoltà, con salti caprini, balze che da lontano sembravano apparentemente impercorribili, perché i viottoli non si vedevano. Certo, pericolosi lo erano; bastava fare un passo falso e si poteva finire giù con le ossa rotte, e rimetterci la pelle; ma i contadini, i boscaioli, i carbonai, i pastori, difficilmente fanno di questi errori; così come le scimmie non cadono dall’albero, loro non sbagliano un passo. Da qui si spostò verso Costa Sardo, lì dove hanno le proprietà i Nucifora e i Turrisi di Vena, ed esattamente si affacciò alle Case ‘ì Malizia, un insieme di case e palmenti di proprietà dei Turrisi di Vena.

In questi luoghi molti Presoti e Venoti a suo tempo, comprarono delle quote di bosco dissodandolo e piantandovi il nerello mascalese, che ben sopportava queste temperature, (siamo a quota mille), anche se il vino veniva basso di grado. Questo non era un problema, perché veniva tagliato con i vini delle “terre forti”.

Qui vide don Mariano Turrisi, il patriarca di tutti i Turrisi, uomo d’altri tempi, nobile d’animo e di cuore, molto generoso. Si salutarono, si abbracciarono.

Don Mariano capì che c’era qualcosa e gli domandò: “Che c’è Ggiddiu, c’è cosa?” Il contrabbandiere sapeva che di lui si poteva fidare e gli raccontò tutta la faccenda.

Don Mariano gli disse che lì poteva stare quanto voleva, ma Ggiddiu rispose che avrebbe dimorato lì solo un po’ di giorni. “Io penso”, disse Ggiddiu a don Mariano “che i carabinieri mi cercheranno in montagna, ma non mi troveranno, e quando loro se ne saranno andati, sicuri che io non ci sono, mi rifugerò lì”. Recita un antico proverbio siciliano:  “carciri, malatia, nicissitati,       si canusci lu cori di l’amicu” (carcere, malattia, necessità si conosce il cuore dell’amico).

Ed anche: “Carciri, malatia, nicissità, si canusci l’amistà” (Carcere,  malattia,  necessità,  si  conosce  l’amicizia).  E  don Mariano era un amico vero, persona dai principi sani e che per Ggiddiu, oltretutto, si sarebbe fatto cavare un occhio, ma non avrebbe parlato.

E poi, con Ggiddiu, aveva un obbligo. Un po’ di anni prima, sempre in montagna, don Mariano aveva avuto un forte alterco con dei Sant’Alfioti, gente di fegato, di poche parole, ma di rapidi fatti. Nessuno si metteva contro di loro, neanche le guardie boschive, delle quali qualcuna era stata già mandata all’altro mondo (una volta ad uno tante botte gli diedero, che dopo quindici-venti giorni ne morì).

Ebbene, Ggiddiu, in quell’occasione, fu l’unico ad intervenire fra i presenti, ed avvicinandosi con l’accetta sulla spalla destra (era maestro d’accetta), mise la pace; e questo, negli anni, don Mariano Turrisi non l’aveva mai dimenticato.

Così il contrabbandiere si acquartierò nelle Case ‘i Malizia, e lì stette per molti giorni. Non gli mancava nulla, don Mariano tutto gli portava da Vena: pane caldo di forno, maccheroni con sugo, formaggio, carne di pecora e castrato e ogni ben di Dio.

Una sola cosa gli accomandava: che di giorno doveva stare chiuso nelle tine, perché degli uomini che don Mariano portava per lavorare la terra, non si fidava. Gli diceva: “Ggiddiu, non ti fidare mai di nessuno, solo di amico provato, e quando dormi, dormi con un occhio solo”, ma questo, purtroppo, il contrabbandiere lo sapeva; già gliela avevano combinata ben bene; ma lui, pensava, che appena sarebbe stato possibile, “l’obbligo” con il delatore se lo sarebbe tolto. Dice un proverbio siciliano: “Sabba a pezza pi quannu veni u purtusu” (conserva la pezza –la stoffa- fino a quando arriverà il buco dove infilarla).

Il contrabbandiere stette lì un po’ di giorni, e poi pensò di ripartire; era anche stanco di stare chiuso nelle tine, gli sapeva un po’ di carcere. Però prima di ripartire don Mariano Turrisi gli sistemò una piccola scorta di viveri e acqua, uva anche se un po’ acerba, ma il contadino sa adattarsi a tutto, è uomo senza vizi e senza peli, semmai il pelo ce l’ho dentro il cuore. Così, con quel tascapane, si mise in cammino; sembrava un po’ Gnazziu du Middicuccu o Cocimu da Bardazza che negli anni a venire  avrebbero  vagato  per  le  campagne,  così  come  oggi vagava lui.

Passando attraverso “i Mannuri u Re” –Le Mandre del Re- arrivò nella zona dà ‘Purtedda ‘ i Cavarra, -Portella di Cavarra-, (e qui si guardava davanti e di dietro, perché sembrava proprio un posto adatto per un’imboscata); nessuno poteva sapere che Ggiddiu si trovasse da quelle parti, ma,  pensava,  che  era meglio essere prudenti: “Cu si vardau si sarvau” diceva a se stesso (chi si è guardato si è salvato). Continuando, percorse u “Chianu a Rina”, -il Piano della Rena- e da lì si spostò verso il Piano Donna Vita. (Oggi il Piano della Rena è stato coperto quasi totalmente dalla lava dell’ottobre 2002). Pensò di avvicinarsi ai carbonai del Piano Donna Vita, che avevano comprato la roverella del Comune per farne carbone; lì conosceva tanta gente e l’avrebbero certamente accolto bene.

Sentiva, intanto, il vociare degli operai che lavoravano nella proprietà du duttureddu i Piamunti –il dottore di  Piedimonte Etneo, il dottor Puglisi- che lì voleva farci una  clinica per i tubercolotici, ma si guardò bene dal farsi  vedere, perché di questi operai, di fuori zona, non si fidava.

I carbonai lo riconobbero subito, e capirono, così, senza fare domande, in che situazione si trovasse Ggiddiu, perché il fatto in giro si era già saputo. Lo ristorarono e poi si riposò un po’ in uno dei pagliai costruiti dai carbonai per dormirvi la notte, dicendo loro, se si assopiva, di svegliarlo fra un’oretta. Non voleva stare con loro, anche se loro gli offrirono ospitalità, non voleva comprometterli e poi lì era molto rischioso. Così, non molto tempo dopo, pensò di ripartire. Fece una sosta più in alto sotto u zzappinu à Pavuni, e poco dopo ripartì. Arrivato che fu o Gghianu ‘i Malateddu, pensò bene di rifugiarsi nella grotta di Malateddu, dove sicuramente nessuno l’avrebbe mai cercato.

Questi era un luogo che tutti evitavano, in quanto qui uccisero un certo Malateddu, da cui la località poi prese il nome, e non si scoprì mai chi fu, anche se qualcuno o più di uno sapeva, ma nessuno parlava. I boscaioli si coprivano l’un l’altro. In questo luogo alcuni, quali “Carin.” ed altri,  facevano spaventare chi passava, così, per gioco, e, nel tempo, aveva acquistato brutta fama; Poi è credenza popolare  che dove muore una persona rimane “u spiddu” –lo  spirito-, il fantasma, ma Ggiddiu, era carbonaio, uomo della  notte, e anche lui, giovanotto, aveva partecipato a questi scherzi. Così per un po’ di tempo dimorò tranquillo in questa grotta. Per le cibarie non c’erano problemi. I boscaioli e i bordonari erano eccellenti manutengoli.Egli li conosceva tutti,perché,prima di essere arrestato, oltre a fare il contrabbandiere, andava a legnare  in montagna,legna che poi vendeva, così come facevano tanti paesani suoi; allora c’era questa grande ricchezza che dava lavoro: la montagna e u Mitosciu –Mitogio-

D’estate portava la neve in paese,la quale durante l’inverno veniva pigiata in delle fosse, dette appunto, “i fossi ‘a nivi” che poi venivano coperte con frasche.Questi,divenuta ghiaccio, veniva prelevata e portata al paese e venduta soprattutto ai dolcieri per fare i sorbetti e per scopi sanitari: si metteva in testa ai febbricitanti, perché non c’erano ancora gli antipiretici (anche al paese, quando nevicava un po’ di neve veniva conservata in una località detta, appunto, “a fossa a nivi”, oggi rinomato quartiere residenziale. Decani di questo mestiere erano i Barone, che, durante l’estate la trasportavano con gli asini, con grande gioia di questi, perché, man mano che si appressavano al paese, il carico diventava sempre più leggero. Il trasporto avveniva di mattina presto, prima che il sole diventasse alto nel cielo e dunque infuocato. Don Peppino “u Carzareri”chiedeva sempre ai bordonari se avessero visto Ggiddio,ma questi ,pur rispondendo di no,mal celavano la bugia.Anche se era gente abituata a guardarsi sempre dalle guardie boschive, per cui, a loro, bastava il movimento di un sopracciglio, per capire un pensiero, un discorso.

“Ggiddiu”, gli dissero, “taliiti i roti” –guardati le ruote-, frase eloquente per tutti, ma soprattutto per lui, che aveva fatto anche il carrettiere.

Il contrabbandiere si spostò così nelle sciare di Corruccio, dove trovò i Pennisi, pastori nobili, (don Filippo, don Luciano), che lì tenevano le pecore al pascolo. Più in là i Pennisi avevano delle “lotte” –quote- di terreno, dove seminavano. Quando tagliavano i castagneti, ne bruciavano le frasche “i cinnirazzi” e dopo vi seminavano.

Proprio quell’anno seminarono il frumento che rese a 24 (un tummuno di sementi diventava 24 tummuna). (Il tummuno era la misura di capacità del grano che serviva per seminare un tummunu di terreno). La cosa passò di bocca in bocca, come fatto sbalorditivo (ai Pennisi u frumentu ci rinniu a 24!), e gli asini e i muli, sempre a fare viaggi per il paese.

L’anno appresso granoturco e poi  jmmana –germana- -segala- e poi fieno. Così la terra si sfruttava nei suoi vari cicli, al massimo. Nel frattempo cresceva il castagneto, si puliva (e le foglie verdi si davano da mangiare alle pecore, che nel frattempo concimavano la terra con gli escrementi e le urine;  così il terreno si fertilizzava sempre di più). Con loro rimase parecchi giorni a dormire nella grotta di Corruccio, dove i pastori facevano la ricotta e il formaggio. Il contrabbandiere era proprio “come il verme nel formaggio”, stava lì da pascià. Certo, non li stava a guardare, non mangiava il pane a tradimento ma li aiutava in tutti i lavori che gli era possibile fare; problemi non ne aveva, era basso si, ma tarchiato e forte; e giovane; e allenato; e volenteroso –valente-. Poi, per non arrecare loro nocumento, si allontanò e si allogò nella grotta di monte Corruccio, un’altra grotta un po’ distante da quella, ma non tagliò questo cordone ombelicale con i Pennisi; ogni tanto andava da loro per rifocillarsi e fare scorte di viveri e di zolfanelli, indispensabili in montagna ed anche in campagna. Dopo un po’ di giorni capì che era il caso di spostarsi, così prudenza vuole, e si allontanò di parecchio. Andò a sistemarsi nella Grotta dei Ladroni, (guarda caso) sotto monte Nero. Qui bazzicavano i Raiti (dall’arabo Rais = capo; si dice, qui, da noi, tautologicamente, è u capu-rais), anch’essi pastori di generazione in generazione, i cui eredi ancor oggi, hanno i tratti arabi (nord-africani) (la genetica è ben conservata, in quanto i pastori si sposavano nello stesso ceto). Qui portavano a pascolare le pecore, nel sottobosco della Pitarrona, di Monte Rosso, fra macchie di lamponi e di ginepro. Si approvvigionava alla meglio da loro che lo aiutavano come meglio potevano.

Girava da un posto all’altro, perché non si sentiva sicuro, sapeva che i carabinieri lo cercavano, ma più che paura di loro, aveva paura di qualche spiata.

Così si sposta ancora e va nei pressi della grotta del Gelo. Là vi sono i Lampuri, anch’essi pastori di generazione in generazione. Alla grotta del Gelo, questi portavano le pecore ed abbeverarsi, perché era l’unico posto dove c’era acqua abbondante. D’estate, il ghiaccio, nella parte antistante la grotta, si scioglieva, e pur essendo l’acqua molto fredda, vicino allo zero, veniva utilizzata per abbeverare le pecore e anche per i pastori. Per ovviare al fatto che fosse fredda, la versavano, passandosi i secchi di mano in mano, (perché la grotta è sottostante il livello della sciara), in dei capienti recipienti ricavati dalla pietra lavica, opportunamente lavorati.

Quest’acqua la versavano il giorno innanzi, così aumentava la sua temperatura, ad evitare che, così fredda, facesse male alle pecore. Qui il contrabbandiere trovò appoggi logistici, e per dormire si adattava nelle spaccature dei massi, poggiando le spalle sulla cenere finissima che era caduta negli anni, buttata dal vulcano. C’erano, in queste spaccature, dei lamponi dai frutti saporiti, che sembravano piantati apposta, a “filagnu” –a filari- e Ggiddiu di questi si cibava e di un po’ della scarsa ricotta che si poteva ricavare dalle pecore; anche qualche “mussurucu” veniva elargito generosamente dai Lampuri – (il “mussurucu” veniva ricavato dai residui di formaggio che venivano raschiati dalla “quartara” – recipiente di rame usato per preparare il formaggio e la ricotta).

Poi, quando i Lampuri se ne andarono, gli lasciarono degli agnelli che lui macellava ad uno ad uno, e la parte che non consumava la conservava al freddo, nella grotta del Gelo, così come fosse un frigorifero (che ancora non era stato inventato); aveva però problemi con la legna, perché a quell’altezza non ci sono alberi e la legna bisogna procurarsela.

I Lampuri non erano tutti lì, perché alcuni andavano in transumanza nella piana di Catania e addirittura a Lentini e a Carlentini. Per tale motivo qualcuno sposava lì, così uno dei Lampuri sposò una donna di Lentini, detta, appunto, a “Lintinisa”. Anche un La Guzza si sposò da quelle parti. Stette così, nei pressi della grotta del Gelo per parecchi giorni, ma già i primi freddi incominciavano a farsi sentire. Ggiddiu dormiva all’aperto, coprendosi con una pelle di pecora che i Lampuri gli avevano lasciato e che lui indossava come se fosse un moderno montone col pelo, anche quando c’erano loro, per camuffarsi da pastore. Solo all’imbrunire a Ggiddiu  gli veniva la malinconia, ed osservava la tipica lava cordata che a quell’ora dava immagini inquietanti: sembrava un campo di battaglia dove giacevano abbattuti cavalli e cavalieri, come da uno scontro fra cristiani e musulmani. Nel momento dell’ultima luce, queste immaginarie figure sembravano muoversi, ma era uno scherzo della vista, e Ggiddiu non aveva un minimo di paura in quel paesaggio lunare. Intanto sente la nostalgia di casa e s’incomincia ad avvicinare; staziona un po’ nella grotta dei Lamponi, poi nella grotta delle Femmine, poi nella grotta delle Palombe, dentro cui si cala tramite una corda, dove ci sta un po’ di più perché si ciba delle colombe selvatiche che lì trovano rifugio; era come avere una macelleria in casa, un allevamento nel cortile di casa. Un tempo le colombe costituivano una riserva di carne molto importante dentro la casa e a portata di mano. (N.d.r. nella grotta delle Femmine sono stati trovati reperti archeologici riconducibili allo stile ceramico di Castelluccio di Noto, dell’antica età del bronzo (prima metà del secondo millennio a.C.)).

Così, dopo un po’ di questo peregrinare, pensò di tornarsene nella grotta di Corruccio, dove i Pennisi qualcosa l’avevano lasciata (anche loro erano scesi al basso per l’imminente neve). Lì c’era legna asciutta e dunque poteva accendere il fuoco, e  oltretutto era al riparo, problemi non c’erano.

Intanto era caduta la prima neve, e questo, mentre da un lato sembrava sfavorirlo, in effetti lo favoriva enormemente, perché aveva l’acqua a disposizione e in abbondanza, che ricavava dalla neve. (Come si sa, in montagna, non c’è acqua, data la porosità del terreno, a meno dello Sciambro –sotto la sabbia – o al cratere – il ghiaccio sotto la cenere – o nelle spaccature della lava, dove si scioglie la neve). Ma dalla grotta di Corruccio Ggiddiu sentiva il canto dei bordonari che andavano a legnare, anche se la prima neve era già comparsa. Chi aveva bisogno di lavorare e chi aveva bisogno di legna per l’inverno, sfidava i primi freddi, pur di procurarsela. E così sentiva, a forte voce, quelle lunghe nemie arabe che ogni bordonaro cantava al suo asino,   al   suo   mulo.   Anche   i   carrettieri cantavano per ammazzare il tempo, di fatti questi canti venivano anche definiti canti di carrettiere e cantare “a carrittera” sta a significare il cantare a squarciagola.

 

“Acchiana cavaddu miu ‘nciancianiddatu, acchiana cavaddu  miu, ‘cchiana cavaddu” 

“Nda la cchianata di Musulumeli si rumpi u suttapanza e lu tistali” 

“Cchi’avanti era cavaddu‘nfatatu e ‘nfatateddu di la me patruna, ora ca sugnu a li margi ittatu li peti m’ha sirratu la pastura”.

 

A questi canti il contrabbandiere diventava di burro, si scioglieva come neve al sole; s’immalinconiva sempre più fino a che questa malinconia diventava un’indicibile magone.

Ma non poteva fare altro, lì doveva rimanere, come un nume tutelare della montagna, come un Cifaro, come Bronte, come Vulcano, e come tanti altri poveri disgraziati che si erano dati alla macchia. Gli tornava la nostalgia –nostos-algos- come un Ulisse che pensava alla sua Itaca lontana, gli tornava la nostalgia di quando anche lui contadino, bordonaro, carrettiere, cantava queste nenie al suo asino, al suo mulo. Intanto la neve rinforzava, ma questo a Ggiddiu poco importava. Egli si trovava in montagna così bene, come se stesse ai Quattro Canti di Linguaglossa o come se avesse a disposizione la bottega di donna Giovanna, lì a Piano dei Cappuccini. Gli bastava avere gli zolfanelli per accendere il fuoco e poter cucinare. Si cibava soprattutto di conigli, che, stando nella grotta, acchiappava con mano svelta. Una “cuzzata” a “cunigghina” e tutto era fatto. I conigli quando c’era la neve entravano nei ripari, sia esse grotte, pagliai o casette, perché infreddoliti; molti contadini, molti boscaioli o carbonai si sono alimentati così, nel corso dei secoli.

La notte sentiva la “piula”, – civetta – e questo lo faceva pensare. Dicevano le vecchie che quando canta “a piula” –se di canto si può parlare-, qualcuno muore; Ggiddiu era, al momento, l’unico abitante della zona, ma non era un tipo impressionabile; erano altri i suoi problemi, anzi il suo problema era uno solo, al momento: la nostalgia di casa. Così, come quando c’è la neve e i “pittirri” calano al basso, -i pettirossi – (tanto da equivalere come modo di dire, ci su i “pittirri” = freddo intenso), così Ggiddiu sentiva la nostalgia di casa e sconfortato dalla solitudine, sognava, la notte, di stare a casa. Erano gli affetti il suo tallone d’Achille, perché Ggiddiu, per il resto, in montagna, ci stava da re, non aveva problemi di sorta. E lui, nella grotta di Corruccio, dove i Pennisi qualcosa la lasciavano sempre, ci stava veramente da re: aveva una pentola, degli zolfanelli nascosti dentro un contenitore d’alluminio per non diventare “renti” –umidi – quando “u temp’jusu” il tempo di sotto, di levante (u livantinu), arrivava fin lì; e poi aveva cucchiai, forchette, piatti, bicchieri; era una piccola trattoria, povera ma fornita dell’essenziale. In campagna, in montagna, si sa, i contadini, i boscaioli, i pastori, i carbonai, vivono di nulla.

Ma al cuore non si comanda: un siciliano per gli affetti rischia anche di farsi ammazzare (o di farsi carcerare); così è successo a Giovanni Falcone o a Paolo Borsellino, il quale, quest’ultimo, pur consapevole del pericolo che correva, andava a trovare la vecchia madre, necessità a cui non poteva rinunciare e a cui non ha mai rinunciato, pur consapevole dei rischi  a cui andava e a cui è andato incontro. In Sicilia si può morire e ci si fa arrestare anche per gli affetti, e anche per un amico.

Così Ggiddiu prepara le sue bagattelle e parte, nottetempo, per la via di casa. Non passa però, questa volta, “da  Manedda ò Mutu”, né dal Piano dei Cappuccini, ma si arrampica tra le sciare prospicienti “a Fossa e ‘Pugghia”, prossima al paese, passando per via “Don Diego”.

Qui scorge, prima di arrivare a casa sua, a Filici u Piamuntisi, – D.-.

Teneva questi una carretteria unica a Linguaglossa, dall’alta entrata – oggi qualcuno chiede perché di un’entrata così alta – dove, quand’era necessario per mali tempi ed intemperie varie, entrava col carretto caricato dalle alte fascine, come una torretta, una vara di una santa. La carrettiera era così grande all’interno che il mulo riusciva a girare con tutto il carretto “mpaiatu”, così come per la festa di S. Alfio, a Sant’Alfio a Vara, fanno – sempre i discendenti di D. – con l’aggiunta di fare ballare il cavallo davanti al santo patrono. I D. vivevano di commercio; la loro, casa “burgisa” era; non mancava nulla: fave, ceci, fagioli, grano, orzo e tutto il ben di Dio che ci poteva essere allora. Anche loro facevano il contrabbando e di loro Ggiddiu non aveva paura: uomini di panza erano, poteva stare tranquillo, non avrebbero parlato neanche sotto tortura ed anche se erano stati concorrenti nel lavoro, non significava nulla.

Ma per correttezza “professionale” Don Filici u Piamuntisi guardò ma fece finta di non vedere; non salutò Ggiddiu, non per mancanza di rispetto, ma per il fatto che nessuno gli avrebbe potuto chiedere se l’avesse visto. Così lo stesso fece Ggiddiu, anche se si conobbero e si capirono; un colpo d’occhio, anche al buio è sempre un colpo d’occhio. Era come se si fossero parlati prima. Così faceva la gente che camminava di notte, specie chi aveva il carbone bagnato: faceva finta di non conoscersi e non si salutava.

Così Ggiddiu proseguì la sua strada, di cui la meta era vicina. La notte era di “manca luna” – luna mancante – perché con la luna nera non poteva spostarsi (ci sarebbe stato troppo buio), né con la luna piena (ci sarebbe stata troppa luce), ma ciò malgrado si avvide, più in là, nei pressi di casa sua – perché guardingo era e guardingo doveva essere – che c’erano persone che potevano arrecargli nocumento: erano vicini di casa, con i quali non correva buon sangue e di cui Ggiddiu si guardava.

Sgattaiolò così, non visto, nella carcara –fornace- di don Paolino Ponzio, lì da presso. Sentì abbaiare dei cani, ma Ggiddiu si calò nella fornace, proprio dove mettevano la legna da ardere. Si riempì tutto di cenere perché vi si affossò fino ai ginocchi. Stette lì, in trepida attesa, per circa un’ora; poi, piano piano, senza far rumore, andò a grattare la sua porta, come fosse un gatto (per non dare “scandalo” ai vicini). I familiari capirono che era lui, il loro adorato figliolo; la madre proruppe in singhiozzi e col fazzoletto nella bocca, per non farsi sentire, cercava di attutirli, ma grande era la sua gioia, e forse non ci riuscì del tutto.

Qui il contrabbandiere si rifocillò ben bene. Furono preparati piatti speciali: come il sugo con “scorcia” –cute – di maiale, maccheroni “busiati” (passati con l’asta dell’ombrello in obliquo) il pane caldo di forno e pescestocco “a ghiotta”; mai nessuno aveva mangiato così bene di buon mattino. Ma tutta questa contentezza durò poco, molto poco. Una notte, nelle mattinate, nell’ora in cui i carabinieri vanno a prendere i malfattori per coglierli nel sonno, per trovarli in evidente svantaggio, si sentirono dei botti alla porta che sembrava fosse scassata la montagna (sembravano cannonate). Tutti i familiari capirono, (anche la sorella Rosa, che era un po’ ritardata, ma non troppo), e il contrabbandiere, che si coricava sempre vestito e con i soldi in tasca perché s’immaginava che una “visita” poteva aspettarsela, scappò dalla parte dell’orto. Lì attraverso gli orti, e saltando qualche basso tetto, in un lampo, fu  nella  strada  per  i  Micaletti,  e  attraverso  i  “mannuri  i Giaccuni” (la zona sciarosa dove i pastori avevano anche gli ovili) Ggiddiu si perse fra le nere sciare e nella nera notte. Nel tempo che i carabinieri gli andarono dietro, (sentendo il rapido calpestio), il contrabbandiere era già volato via. Così, mentre i carabinieri cercavano nella sciara “du Giaccuni” Ggiddiu aveva già oltrepassato lo Sciambro ed era entrato nel cimitero, dove nessuno l’avrebbe cercato. Memore delle notti passate al cimitero di Cesarò e di Troina, si acquattò dietro una vecchia tomba e si mise a riposare; faceva freddo, ma Ggiddiu aveva la pelle dura. La mattina, ben riposato, partì di buon’ora, passando per l’antica strada “du Sermu”, si fece la croce davanti all’altarino della “Manedda o Sangu” e poi,  scendendo ancora, verso San Michele, stette un po’ di ore  sotto le alte rocce, oggi di proprietà di quel volpone di Pittalà, il cesarutanu, che qui ha realizzato l’Antica Fattoria.

Da qui, dopo essersi ben riposato, si diresse verso il ponte “a Difisa”, a Piedimonte Etneo.

Aveva pensato, sotto le rocce di san Michele, che ormai questa zona non era per lui, doveva andare via, ma dove?

Aveva sentito dire, ai Lampuri, in montagna, che dalla parte di Paternò c’erano gli Stimoli, che erano organizzati in bande; ormai lui da solo non poteva andare più avanti: era diventato un cane randagio sempre fuggendo di luogo in luogo (ma non sapeva che tale sarebbe rimasto per sempre; era questo ormai il suo destino). Egli si voleva recare lì, ma c’era la neve in montagna e poi doveva fare rifornimento di viveri e quant’altro. Si ricordò che aveva a Piedimonte Etneo, un caro amico, che faceva il cuoco, un certo Cassaniti (padre del professore Salvatore Cassaniti di Piedimonte Etneo, ex sindaco). Andò a trovarlo e gli andò bene: stava preparando un pranzo di matrimonio per un certo Carmelo Musumeci, figlio du “Baruneddu”, che sposava una certa Mariuzza Vecchio, una delle più belle ragazze del paese di Piedimonte  Etneo. C’era roba in abbondanza, perché “u Baruneddu” non badava a spese, orgoglioso come tutti i Musumeci,  “baggianu”, ed in questo ben di Dio si trovò pure il contrabbandiere.

Il Cassaniti gli preparò un tavolino in cucina e lo rifocillò di tutto punto; poi gli riempì lo zaino di ogni ben di Dio, compresa la pasta reale, che quella, gli disse Cassaniti, «te la conservi per il momento del bisogno, perché può stare cent’anni» e pure un barattolo di miele, anche questo non deperibile e marmellata di cotogne e fichi secchi e castagne infornate e noci e mandorle sgusciate.

Così ben rifornito, il contrabbandiere sgattaiolò ed incominciò a salire verso Presa.

Volle arrivare anche a Vena, al Santuario per raccomandarsi alla Madonna della Vena, e da qui ridiscese verso Montargano, quindi a Puntalazzo, fino a S. Alfio.

Fece una sosta sotto il Castagno dei Cento Cavalli e lì bivaccò per un po’ di tempo.

Ora il contrabbandiere aveva un problema: passare l’inverno, perché per andare a Paternò a cercare gli Stimoli, doveva attraversare la montagna, ma c’era la neve e dunque doveva attendere.

Così passava un periodo in un posto e un periodo in un altro posto. Un periodo bivaccò nei paesi del Castagno dei Cento Cavalli, che allora non aveva la notorietà di oggi (c’è quotidianamente la processione), perché di turisti ancora, a S. Alfio, non se ne parlava, e poi c’era la guerra.

Ogni tanto si spostava e si acquattava negli anfratti dell’altro castagno “la Nave o di S. Agata”, “u rusbigghia sonnu”, detto così perché le basse fronde urtavano glia assonnati carrettieri che passavano nella strada sottostante.

Aveva un amico, nel quartiere Nucifori, un certo Pippinu Catalano, contadino comodo, che ogni tanto lo rifocillava. Una domenica, addirittura, si fece vedere nella chiesetta della Madonna di Tindari, e ascoltò la messa.

La gente lo guardava incuriosito perché era un forestiero e dunque dava nell’occhio anche perché si vedeva che era trasandato e malvestito. Si raccomandò anche alla Madonna nera di Tindari, perché era uomo di fede, e poi aveva bisogno di benedizione. Nel quartiere dei Nucifori (sicuramente i Nucifora di Vena provengono da qui) c’era un posto dove vendevano del buon pane di casa, caldo di forno, ed ogni tanto il contrabbandiere faceva incetta.

Poi per un periodo non si faceva vedere. Così passò l’inverno, spostandosi da un luogo all’altro, cibandosi di mele Cola, di mele Cola Gelato, di mele Testa di Re, di mele Rumaneddu, e di  conigli  che  riusciva  a  catturare;   però  come  si  andava avvicinando la festa di S. Alfio, Ggiddiu fece i bagagli, perché sarebbero venuti tanti devoti,   anche da Linguaglossa che certamente l’avrebbero  riconosciuto e di cui lui ovviamente non si fidava.

E’ risaputo che molti devoti, a tutt’oggi, percorrono grandi distanze a piedi, anche scalzi, per un voto o per una grazia ricevuta e nei primi di maggio (il santo si festeggia il  10 maggio  e  per  quella  data,  per  rito,  compaiono  già  sulle bancarelle le prime ciliegie, “a majulina” e le nespole ci sono pure). Così, armi e bagagli, Ggiddiu si sposta nella Grotta dei Ladroni, nelle zone vicino S. Alfio (tanti paesini attorno alla montagna hanno una loro grotta dei ladroni).

Lì staziona per un po’, in attesa che la neve, in alta montagna si sciogliesse tutta e che qualche mal di tempo, con nevicate (possono avvenire anche a giugno) non lo sorprendesse all’impensata.

Ora che il tempo si metteva al bello, pensò che era giunta l’ora d’incamminarsi e di tentare quest’avventura, questo “salto di qualità”, perché sempre così non poteva stare, se la passava troppo male. Così, un lunedì, di buon mattino, se mise in cammino verso le case di Bevacqua, e da lì, costeggiando un’antica trazzera, passò vicino le case di Malizia, ma non si fermò. Da lì si spostò verso la pineta che era del Barone Voces di Piedimonte Etneo, attraversando anche quella del barone Pennisi – Floristella –

Da lì  si buttò  sotto la  Concazza, dove  c’erano le  case dei pastori, i Stagnitta (Burracciu, dall’antico spagnolo), fra le betulle. Qui trovò ristoro per qualche giorno: cibo abbondante, ricotta calda, formaggi e carne d’agnello. Come sempre, i pastori lo sostenevano, anche perché nasce spontanea in loro questa solidarietà, essendo questo sempre in lotta con le guardie boschive, contro l’autorità costituita e quant’altro possa essere loro d’ostacolo al pascolo abusivo (anche se il pascolo della pineta di Linguaglossa veniva regolarmente comprato dai pastori e pagato, ovviamente). Mi diceva don Filippo Pennisi (il padre del maresciallo Pennisi), che il pascolo lo prendeva uno solo e poi veniva ripartito fra le varie famiglie dei pastori. Io ricordo d’aver visto al Comune di Linguaglossa schiere di pastori, (quando i pastori erano tanti), al momento in cui veniva venduto il pascolo; era un momento di coesione cittadina, perché, come anzidetto, i pastori erano tanti (c’erano all’epoca, cinquanta pastori). Da questa zona il contrabbandiere, costeggiando la via dell’acqua, (che poi va a sfociare nello Sciambro), si sposta verso la Provenzana, dove fa un’altra tappa, presso il “riconco” dei Mangaddu.

Il “Riconcu dei Mangaddu” è un vecchio cratere spento  che veniva  usato  dai  Mangano,  antichi  pastori,  come  ovile,  in quanto riparato dai venti che calano dalla  Capannetta e dalla costa O’ Favazzu. Qui i Mangano stavano parecchio tempo nel periodo estivo, qui  mungevano  le   pecore e facevano il formaggio e la ricotta, che poi   asciugavano al  sole  e sistemavano su di un soppalco fatto da pali (per evitare che i cani mangiassero il formaggio ed anche le provviste che portavano da casa). Diceva Don Lorenzo (uno dei fratelli Mangano, che poi lavorò nell’edilizia e divenne un abile tracciatore di strade molto ricercato da ingegneri e architetti – pare che tracciò la strada, che va a Taormina e la Mareneve che da Linguaglossa porta al bosco Ragabo): “Timuri varda robba e non sipala” (il timore guarda la “roba” e non la siepe) intendendo dire che nessuno toccava cibo o formaggi, (perché allora c’era il timore – la legge – sia quello dello Stato che quella degli uomini). Essendo il “riconco” molto grande, avevano sistemato con dei muri a secco uno “zacchinu” – un luogo recintato da muri, da dove le pecore, passando attraverso “u vadili” (uno stretto passaggio) ad una ad una venivano munte. Da qui l’espressione “semu comu li pecuri a lu vadili”, ossia siamo come le pecore che dobbiamo essere munte; ciò riferito allo Stato o al padrone che sfrutta i contadini e gli operai.

Qui Ggiddiu  conosceva tutti; come anzidetto conosceva Lorenzo ed anche suo fratello “l’aggiustaossa” (ma anche Lorenzo era esperto di quest’arte); questi, negli anni a venire, lasciando il “mestiere” così come loro chiamano l’esser pastori, esercitarono   quest’arte   passandola   poi   sull’uomo;   loro sistemavano le ossa alle pecore, le fratture (per queste mettevano delle ferule un po’ più lunghe della zampa, così permettevano alle pecore di andare al pascolo, e poi li toglievano quando queste erano guarite).

Dicevo che poi quest’arte l’applicarono sull’uomo e addirittura “Mangaddu, l’aggiustaossa” ,una volta risistemò una mandibola lussata ad un forestiero, cosa questa già difficile da fare per un chirurgo maxillo – facciale.

Qui vide anche Francesco di Mura, un nipote di Mangano, figlio della sorella Carmela, con cui Ggiddiu, pur essendoci differenza d’età, aveva una buona amicizia, tant’è che il Francesco gli promise che tutti i figli che Ggiddiu un domani avesse avuto, glieli avrebbe battezzati lui, ossia avrebbe fatto loro da padrino. Per cui, la venuta di Ggiddiu in quel riconto fu festa grande. Inutile dire quello che gli fecero mangiare. Cucinarono anche una “stigghiola” d’agnello, una prelibatezza (la “stigghiola”, oggi poco cucinata, è la interiora dell’agnello; tagliata per lungo, pulita e fritta; una bomba epatica, ma una squisitezza; si fa anche con le interiora di gallina, ma ci vuole un pazzo che la prepara ed uno serio che la mangi). Stette un po’ di giorni lì e poi partì. In verità il contrabbandiere fretta non ne aveva; era un po’ titubante a lasciare quei luoghi a lui noti e partire per luoghi ignoti, dove ancora non sapeva che cosa gli sarebbe potuto capitare. Difatti si mette in marcia, ma poi si ferma in una grotticella dove prende alloggio, in fondo al canalone delle Quarantore e qui, con una piccola accetta che portava sempre con sé, taglia la teda dai grossi alberi di pino laricio, in quella parte del tronco dove i resinatori vi avevano estratto la resina; anche se piove queste “scarde”  di  legno molto resinoso, accendono benissimo e questo il contrabbandiere lo sapeva.

Accese così un fuoco per arrostire un po’ d’agnello che i Mangano gli avevano dato come scorta di cibo, oltre al pane e al formaggio. Passò così la notte in quella grotticella, al riparo dall’umidità notturna che quasi mai manca in montagna e l’indomani, di buon’ora, s’incamminò verso l’alto. Si fermò più tardi al “riconco” dove poi venne costruita lì da presso la Capannetta, il più alto rifugio del versante Etna – Nord di Linguaglossa.

Anche questo punto e questo rifugio in seguito furono luogo di sosta quando si andava al cratere centrale per vedere il sorgere del sole: l’alba. Qui Nino Barone, valente guida, ci faceva sostare quando si andava per queste escursioni.

Ma Ggiddiu non sfuggì agli occhi guardinghi degli altri pastori della Provenzana che erano nei “netti”, in quei luoghi senza alberi (appunto per questo detti “netti” – puliti -), che tenevano le pecore al magro pascolo della “spinedda”, cespuglio endemico tipico dell’Etna «Ggiddiu», gli disse uno, «ass’ira ‘ntisimu u ciauru» (Egidio, ieri sera abbiamo sentito l’odore), dell’arrosto, intendeva, ma forse, più che l’odore, avevano visto, all’imbrunire, il fumo.

Scambiò con loro due parole, ma Ggiddiu dei pastori si fidava; lui non disse nulla, ma i pastori capirono che stava cambiando aria. Li salutò e si avviò. Così, salendo piano piano, arrivò al Piano delle Concazze, dove, appena arrivato, si vide un’altra montagna davanti che faceva una grande impressione. Fece una sosta anche qui, anche se il vento di maestrale, quello che noi qui chiamiamo la tramontana, soffiava impetuoso e abbastanza freddo a quell’altezza; Ma Ggiddiu si riparò dietro un muretto fatto di pietra a secco, sdraiandosi per terra. Poi ripartì, e strada facendo, riempì la borraccia d’alluminio fra le spaccature delle rocce, dove spesso, sapendola cercare, si trovava acqua  di neve. Salì infine fino al cratere centrale e lì vi passò la notte, fra le sabbie calde ivi presenti. Scavò un po’ per farsi un posto comodo e beatamente s’addormentò, noncurante dei boati e dei rimbrotti del dio Vulcano.

L’uomo di montagna, il pastore, il boscaiolo, non ha paura del vulcano; sta lì sopra come se fosse ai Quattro Canti o al Piano della Matrice. L’indomani mattina, sempre di buon’ora, si alzò, ma dovette aspettare che il sole si facesse caldo, perché doveva riempire la borraccia nel ghiaccio del cratere, prima di partire. Sapeva, come pochi sanno, che sotto la sabbia nera del vulcano, c’è sempre, tutto l’anno, il ghiaccio, che poi di giorno, in primavera, autunno ed estate, s’incomincia a sciogliere, creando delle piccole fontanelle dove sotto ci si può mettere la borraccia per riempirla o accostarsi per bere.

Si trovano queste fontanelle all’altezza di un metro e mezzo – due metri, in quanto, la parte di ghiaccio che è a contatto col suolo caldo, si scioglie e permette così di riempire la borraccia stando anche in piedi.

Dato che il cono del vulcano è in pendenza si crea questo spazio per poter accedere alla fontanella per cui, in un vulcano attivo c’è la possibilità di approvvigionarsi d’acqua: fuoco ed acqua coesistono. Incominciò così a calare dall’altra parte del cratere, dalla zona sud, (di calata si sa, ogni santo aiuta) e già nel tardo pomeriggio era arrivato dalle parti di Dernò (Adrano).

Doveva essere cauto da quelle parti, difatti preferì arrivar “scura e non scura” – all’imbrunire -, quando gli occhi, si sa “smitriunu” – devono ancora adattarsi alla diminuzione della luce. Si fermò sulla riva del Simeto, e, in lontananza sentì il latrato dei cani: l’avevano già sentito, ma dopo un po’ tacquero. Riempì la borraccia al fiume, e dopo aver mangiato un boccone, senza accendere un fuoco, per prudenza, si acquattò in un anfratto e si mise a dormire. Il non poter accendere un fuoco è cosa triste, perché il fuoco oltre a riscaldarlo gli faceva compagnia e poteva anche cucinarsi qualcosa di caldo, ma prudenza vuole…

Al mattino, di buon’ora, si mise in cammino, costeggiando il fiume e man mano che si avvicinava verso Paternò andava chiedendo informazione a qualche contadino sugli Stimoli, cercando anche di mettere mano alla tasca, ma nessuno fiatò: non si fidavano. Il contadino siciliano, il pastore, è diffidente nei confronti degli estranei, ma poi, nel tempo, se si fida, ti da anche il cuore. Ovviamente, essendo solo nella campagna, ha paura di crearsi nemici, e dunque, bocca cucita. Alla fine, prese tutti i soldi che aveva in tasca, ed erano tanti, e li mostrò ad un pastore solitario, dicendogli che glieli avrebbe dati in cambio di questa informazione. Questi gli disse dove poteva trovarli, in montagna ovviamente, e col bastone gli indicò il luogo; ma i soldi non li volle, anzi gli diede un pezzo di pane e un “mussurucu” che aveva nel tascapane. Il contrabbandiere gli baciò le mani, ma il pastore, malgrado l’età avanzata, si schermì.

Così il contrabbandiere ricominciò a risalire verso la montagna, ramingo come sempre, era questo il suo destino.

Si era già fatto pomeriggio e la sera si apprestava a calare, ma il contrabbandiere, in quella località indicatagli dal vecchio pastore non vide nulla. Pensava che se la banda degli Stimoli fosse stata da quelle parti, l’avrebbero accerchiato, ma non successe nulla. Accese un fuoco, al riparo, in una grotticella di cui tante ve ne sono sull’Etna, e mise molta legna, facendo molto fumo, nella speranza di farsi notare. Si addormentò profondamente, perché era tanto stanco, e al risveglio, al mattino, si avvide di due cacciatori con i fucili a tracolla.

«Avete per caso veduto una lepre scappare?», gli chiese uno dei due, ma Ggiddiu capì che la lepre poteva essere lui.

«C’è una lepre che scappa», rispose loro, ma da altri cacciatori.

«Che volete dire?», gli chiesero in quel dialetto paternese, dal particolare accento. «C’è una lepre che scappa e cerca gli Stimoli, ma penso di averli già trovati». «E che volete voi dagli Stimoli?», gli chiese sempre lo stesso presunto cacciatore. «Mi voglio unire a loro, cerco protezione». Così gli raccontò loro la sua storia e gli credettero, «ma», disse sempre il solito, perché l’altro non parlava, sembrava muto, «se mentite, siete un uomo morto; vi uccideremo e vi daremo in pasto ai cani, di voi non resterà nulla, nemmeno “a riìcula” – la reliqua» «Lo so», rispose il contrabbandiere, «so a cosa vado incontro, ma sono sicuro dei fatti miei». S’incamminarono così per la boscaglia addentrandosi sempre di più in zone molto infrattinate, poco frequentate dai legnaioli che non volevano fare brutti incontri, e dunque difficili da attraversare.

Dopo un quarto d’ora, arrivarono in una comoda grotta, dove c’era uno degli Stimoli, che lo squadrò da capo a piedi.

Gli spiegarono la situazione e questi disse a Ggiddiu che lo doveva tenere in prova, voleva essere sicuro della sua fedeltà e del suo coraggio. Stette un po’ di giorni con loro, aiutando due della banda a cucinare, perché Ggiddiu come cuciniere se la sbrigava bene.

Stava prendendo familiarità con loro, lo stavano accettando, ma ad un certo punto il contrabbandiere ebbe dei colpi di tosse molto forti e sputò sangue: aveva contratto la tubercolosi e questo fatto fu pregiudiziale acchè lui potesse restare con la banda. Difatti, dopo qualche giorno, anche se gli sembrava male, uno degli Stimoli gli comunicò che con loro non poteva stare, perché la sua malattia poteva portare nocumento alla banda. Il contrabbandiere fu preso da un grande scoramento, e dopo qualche giorno lo mandarono via, ma gli diedero soldi e provviste, perché pareva brutto che non lo aiutassero. Spesse volte anche i briganti hanno un cuore. Stava quasi per prendere la via del ritorno, ma si ricordò che dei componenti della banda parlavano tra di loro di un’altra banda che stazionava dalle parti di Biancavilla, per cui pensò che poteva unirsi a quella banda.

Così s’incamminò, sempre costeggiando il fiume Simeto, e, in un tratto favorevole, guadò il fiume e si buttò sull’altra sponda. Qui trovò un giardino che sembrava quello dell’Eden, tant’era la presenza di frutti in grande abbondanza. C’erano pere “’ngannalatru” (inganna ladro, ossia che sono mature ma dal colore sembrano acerbe), arance Valencia, arance calabresi (questi presenti sugli alberi in qualsiasi stagione). Fece incetta riempiendosi la pancia e riempiendo pure il tascapane.

Seppe poi che erano le terre dei Terranova a “Mannaranu” (Mandarano), e c’erano anche dei rigogliosi vigneti, ma l’uva era  ancora  acerba  e  piccola.  Fu  fortunato  che  non  trovò  i padroni perché andavano d’estate a passarci le ferie, in quanto la zona era fresca e ventilata e la presenza delle vigne e dei giardini li aiutava a passare la calda estate, ed anche se di giorno un po’ si soffriva, la sera era fresca e tranquilla.

(N.b. una volta i proprietari non andavano al mare in vacanza, ma passavano le ferie in campagna).

Vagava per le campagne in cerca di informazioni, ma nessuno dei contadini a cui chiedeva e nessuno dei pastori che incontrava gli vollero dare informazioni; ovviamente non si fidavano perché non lo conoscevano; non che non fossero a conoscenza. E poi, anche se sembrava un lupo braccato poteva essere sempre un carabiniere camuffato in cerca di informazioni. Vagò così, senza meta, per un po’ di giorni, e capì che nulla avrebbe cavato da quelle bocche omertose, per cui riguadò il fiume Simeto dov’era possibile farlo e riprese, abbacchiato, la via del ritorno.

Sembrava un cane bastonato che tornava a casa con la coda fra le gambe, ma a nessuna casa poteva tornare. Era stanco, lacero, affamato, ma soprattutto sfiduciato; aveva perso la baldanza che la gioventù dà ad ognuno di noi, e non se la sentiva di attraversare nuovamente la montagna, anche se era d’estate.

Pensò dunque di costeggiare il fiume Simeto, dove avrebbe avuto acqua in abbondanza, per il resto si sarebbe arrangiato; già c’erano i primi frutti nella campagna, ma un contadino, un pastore, un boscaiolo, se la cava sempre in campagna o in montagna, sa come e dove trovare qualcosa da mettere sotto i denti, sa come cucinarla, non ha paura né del domani né della notte. Passando da Bronte vide una masseria e vi si avvicinò. Seppe poi che era la masseria Lombardo, dove c’era un tempo un’antica cartiera araba.

C’era lì ogni ben di Dio: pecore, capre girgentane, capre di Malta, galline, papere, alberi da frutta di vario genere. Scorse il massaro e gli si avvicinò:

«Amico, ho fame, avete un pezzo di pane?» Il massaro capì con chi aveva a che fare, lo fece entrare in una stalla e gli portò ogni ben di Dio, compreso una tazza di latte caldo, appena munto dalla capra girgentana. Il massaro cercò di non farsi vedere da nessuno, per non avere noie. Gli permise anche di passare la notte, e poi, l’indomani mattina, nuovamente rifocillato, partì. Il massaro gli diede anche un prezioso consiglio, quello di non passare vicino la Ducea di Nelson, in quanto da poco vi si erano acquartierati i militari e potevano scambiarlo per qualcuno che andava a ficcare il naso nelle cose degli altri, praticamente una spia. Difatti se la fece alla larga e passò molto al di là del torrente Saraceno e, come un vaccaro di quella zona, con la falce in pugno, quasi a cercare sulla per le sue bestie. Quest’idea gliela aveva suggerita il massaro, ed anche la falce gli aveva dato.

«Me la lasciate a Murazzo Rotto, dove c’è il bivio per Bronte e Maniace, sotto l’albero di mandorlo, quello più grosso, che poi io, come passo da lì me la prendo». Così gli aveva detto e così fece. Poi si spostò nelle terre bianche e dall’alto, dalle coste delle terre bianche, vide un cimitero di pietra: Randazzo giaceva ai suoi piedi sfracellato; aveva subìto dei bombardamenti spaventosi.

Quella città che tanto aveva resistito ai terremoti, con la sua tenace pietra lavica, le sue chiese, i suoi splendidi palazzi, sembrava sbriciolata, solcata da profonde ferite, annientata.

Capì che i bombardamenti erano stati a tappeto, chiese comprese, in quanto c’erano postazioni tedesche molto resistenti. Randazzo, per i danni subiti, venne definita la Montecassino del Sud.

Avrebbe pianto chiunque, ma il contrabbandiere no, era uomo abituato alle cose più brutte, ma quando un certo Zu Saru detto Acitu Acitu, con una pesante cesta di pesci invenduti (veniva a piedi da Giardini – Naxos, e ne venivano anche da Torre Archirafi – i Vasta -) si mise a piangere seduto sulla scalinata della chiesa di S. Maria: «E ora commu cciù ccattu u pani e me figghi? Hiaju sette figghi, commu fazzu?», allora sì che si commosse Ggiddiu e gli mise una carta da mille lire nelle mani. «E vui cu siti?» (E voi chi siete?) «Sugnu u Signuruzzu ca caminu a peti, perché u munnu hiavi bisognu di mia» (sono il Signore Gesù Cristo che cammina a piedi, perché il mondo ha bisogno di me). Un albergatore lì da presso, dal palazzo che ora è di proprietà del pasticciere Santo Musumeci, lo scrutò e capì che quell’uomo era un forestiero. Ggiddiu capì pure, “si cugghìu i canti canti” e se la filò lentamente ma lestamente, perché non avrebbe potuto fare miracoli né per sé né per gli altri. Per le strade di Randazzo era difficile passare; bisognava salire su montagne di pietre, fra colmi, assi, canali in cotto e porte dirupate.

«Mammuzza bella, m’ammazzaru u figliu!» «Pà, pà, viniti ccà». Grida da tutte le parti, grida strazianti, cose inenarrabili, galline e galli per strada, porci che grufolavano fra le macerie, qualche asino perso che era uscito dalla stalla diroccata in cerca del padrone, botti di vino rimasti all’aperto, la gente che girava, cercava, imprecando: «Mmaliditta la guerra e cu la fa, mmaliditti tutti…».

Ggiddiu non vide l’ora di togliersi da quell’inferno, e quando uscì dal paese tirò un sospiro di sollievo, si sentì un altro tanto. Per altro aveva una gran paura di essere riconosciuto, anzi di non esserlo e in quanto sconosciuto poteva essere catturato ed essere sospettato di qualcosa; insomma, l’avrebbero scoperto.

Da qui Ggiddiu si spostò nella vicina Passopisciaro, dove poteva contare di appoggi logistici. Conosceva da quelle parti un certo Di Bella, parente di quel professore Di Bella medico e ricercatore, fautore della nota terapia Di Bella. Lo andò a trovare e questi gli diede ogni ben di Dio.

Era da tanto tempo che Ggiddiu voleva andare a trovare il Di Bella, perché voleva che lui gli insegnasse le “orazioni” per “pircantari” – recitare – il fuoco di sant’Antonio (Herpes – zoster – varicella). Il Di Bella gli dettò le “orazioni” ma gli disse che non lo sapeva se avessero funzionato, se fossero state efficaci, perché queste “orazioni” vanno trasmesse ad un’altra persona la notte di san Giovanni il Battista, il 24 giugno, o la notte di Natale, però in ogni caso glieli dettò.

Stette nascosto un bel po’ di giorni in una proprietà del Di Bella, sita fra le sciare, servito e riverito come un re. Un siciliano per un amico si presta sempre, ma Ggiddiu sapeva, che molto non poteva stare, per non creargli danno e anche perché voleva pesare poco e così si accomiatò.

Dato che era da quelle parti, andò a trovare anche il suo amico Massimino, produttore di vini, col quale aveva avuto a che fare quando faceva commercio di frumento e fave “assumata” – a Cesarò – a Troina. Gli fece gran festa e soldi tutti quelli che voleva, ma Ggiddiu non accettava mai più del necessario, tanto amici ne aveva ogni dove, ovunque andava trovava le porte aperte, perché l’amicizia è una pianta che bisogna saper coltivare e dà quasi sempre i suoi frutti.

Ora però Ggiddiu doveva cambiare aria, perché gli Alleati incalzavano e lui non voleva incappare in qualche controllo. E poi con questi americani come ci parlava? Si, è vero, sapeva qualche parola che aveva sentito dire a suo padre Gaetano e a suo compare Giovanni, che erano stati in America, ma altro è parlare così, altro è parlare veramente, specie quando ci sta di mezzo la prigione se non la vita; perché lui ancora non si era reso conto né da che parte stava, né con chi buttarsi, anche perché erano tempi di confusione, il rosso sembrava nero e il nero sembrava rosso; si sentivano tante discussioni, tante ipotesi e poi ognuno la ragione voleva tirarsela dalla parte sua.

Infine, a lui tutto questo neanche importava, andava cercando dove cadere più morbido.

Stanco di quest’errare, voleva riposarsi un po’, risiedere come il vino che cede la feccia, come l’olio che cede la murga. Si diresse così verso la grotta dell’Ilicio e lì vi stette un bel po’. Qui data l’altitudine trovò ancora delle ciliegie. Dopo si spostò presso la grotta del Bue, a Solicchiata. Infine, sapeva che nei pressi di Pietramarina i Dell’Aquila di Linguaglossa possedevano una bella proprietà e si diresse lì. Conosceva i Dell’Aquila per via che quand’era ragazzo aveva lavorato con loro nelle carbonaie di Mitogio, proprietà del cavaliere dei Paternò – Castello. Allora Mitogio dava molto lavoro ai linguaglossesi, dava pane, con legna a lijammi; la “ddisa”, l’ampelodesmo, che serviva per legare le vigne, i tralci della vite (“pi mmasari”).

Da qui intere generazioni di “lijammara”, dal quale prendevano nome e identità.

Era una peculiarità, “u’ ngiuriu”, “u peccu”, il soprannome – “u’ngiuriu passa avanti” – che distingueva tante famiglie dagli stessi cognomi. Dava pure molto lavoro con le vigne a Santu Stasi,  una  delle  poche  zone  dov’era  possibile  coltivare  il vigneto  nelle  terre  dei  Paternò  –  Castello,  della  Culma  e dintorni.

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Giovanni Sciara è nato a Linguaglossa(CT), un paesino alle falde dell’Etna. Compiuti gli studi regolari,emigra a Catania per gli studiare medicina. Si laurea in Medicina e Chirurgia. Attualmente vive a Linguaglossa. Ha pubblicato: “Sull’antico stemma della chiesa di sant’Egidio Abate in Linguaglossa”2005 con ‘Il mio libro.it “Nascita e morte del torrente Lavina”2006 con ‘Il mio libro.it “Padre Bicicletta e altri racconti”2007 ,con ‘Il mio libro.it -2009-“I monaci di Santu Stasi”,racconti,con la “Maremmi Editori” “Il brigante di Pietramarina” ,romanzo storico,con la Maremmi Editori” -“La grotta del fico nero”, romanzo,con la “Maremmi Editori” -Componimenti religiosi,d’amore e di sdegno dell’antica Linguaglossa 2012,con ‘Il mio libro.it -I Vecchio a Linguaglossa e a Castiglione di Sicilia 2013 con ‘Il mio libro.it “-La fabbrica delle ostie”,spaccato degli anni ’50 e ’60,un amarcod siciliano,tra ricordo e nostalgia 2014, con ‘Il mio libro.it --2016-“Il brigante di Pietramarina”con la casa editrice Aedobooks. --2016-“Il brigante dell’Etna”con la casa editrice Aedobooks. -- 2017-“I monaci di Santu Stasi” con l’Aracne editrice. La sua scrittura viene classificata nella corrente letteraria del realismo magico o più propriamente del realismo magico siciliano.Scrive spesso sul giornale “La Sicilia”. Suoi scritti sono stati tradotti e pubblicati negli Stati uniti d’America. I suoi racconti e romanzi sono quasi tutti ambientati a Linguaglossa, Castiglione di Sicilia, Savoca, Forza d’Agrò e paesi viciniori. Hanno parlato di lui: Sergio Bilotti, Enza Conti, Angelo Manitta, Prof. Girolamo Barletta, Prof. Salvatore Castorina Grasso Salina, Concita Lo Giudice-Venezuela, Turibio Venera-Parigi, Antonino Sellerio, Prof Gaetano Cipolla dell’University Saint John di New York, Vanessa Stieb scenografa al teatro Colòn di Buenos Aires,Prof.essa Silvana La Porta-Giornalista-; Emilia Giuliana Papa –giornalista-; Prof.Alfonso Campisi des Universitè de la Manoube –Tunisi, Président de l’AISLL; Prof.essa Lillyrose Veneziano Broccia,della University of Pennsylvania-Philadelphia ;la Mariani,scrittrice,ecc.ecc. .Articoli riferiti a lui sono stati scritti in varie riviste letterarie e giornali, come “Il Convivio”, trimestrale di Arte,Poesia, Cultura a cura dell’Accademia Internazionale “Il Convivio”, ”La Sicilia”, “Il Giornale di Sicilia” di Palermo,”Il Gazzettino di Giarre”ecc. -Ha fatto parte di giurie letterarie e teatrali. Lo scrittore Giovanni Sciara ha ottenuto notevoli riconoscimenti nazionali e internazionali: --2011 Premio Internazionale “Il Convivio” – Premio Speciale della Giuria, per il romanzo storico”Il brigante di Pietramarina” --2012 Premio Internazionale”Il Convivio” per il romanzo ”La grotta del fico nero” --2013 Primo Premio Nazionale “Angelo Musco”--Sezione Letteraria—per il romanzo storico “Il brigante di Pietramarina”. Giuria rappresentata dall’Università di Catania—Facoltà di Lettere e Filosofia. --2015 Finalista—solo due finalisti—al Premio Nazionale “Angelo Musco”Sezione Letteraria. Giuria rappresentata dalla Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Catania,con l’opera “I monaci di Santu Stasi”. -E’ PRESENTE NEL DIZIONARIO BIOBIBLIOGRAFICO DEGLI AUTORI SICILIANI TRA OTTOCENTO E NOVECENTO.. -DAL NOVEMBRE 2016 FACENTE PARTE DEL COMITATO D’ONORE CANDIDATURA UNESCO PER LA REGIONE SICILIA . --2016 PUBBLICA CON LA CASA EDITRICE AEDOBOOKS DI ROBERTO TOMASSI”IL BRIGANTE DELL’ETNA”. ---2016 PREMIO INTERNAZIONALE MICHELANGELO BUONARROTI—SEZIONE “D” NARRATIVA, CON “I MONACI DI SANTU STASI”:”DIPLOMA D’ONORE CON MENZIONE D’ENCOMIO”. --2017 VINCITORE DEL PREMIO LETTERARIO “ GIOVANNI PASCOLI”,ASSEGNATO DALL’A.I.A.M.(ACCADEMIA INTERNAZIONALE D’ARTE MODERNA ROMA-PRESSO UNIVERSITÀ VALDESE CON IL ROMANZO: “IL BRIGANTE DELL’ETNA”,CASA EDITRICE “AEDOBOOKS, DI ROBERTO TOMASSI,PRIMO PREMIO ,MEDAGLIA D’ORO ,PER LA NARRATIVA EDITA.PARTECIPANTI 95. 2017 SOCIO ONORARIO “UNIONE CANTASTORIE”( STORYTELLERS UNION IN THE WORLD”). -OPINIONISTA DEL GIORNALE “LA SICILIA” --2017 RIPUBBLICA CON L’ARACNE EDITRICE DI GIOACCHINO ONORATI “I MONACI DI SANTU STASI” -- DICEMBRE 2017 PUBBLICA CON LA CASA EDITRICE ERACLE “LA BARONESSA DI GIBILROSSA” ---GENNAIO 2018 VIENE SEGNALATO AL PREMIO “ANGELO MUSCO “ PER LA SEZIONE LETTERARIA, PER IL ROMANZO EDITO,”LA BARONESSA DI GIBILROSSA”,GIURIA DELLA FACOLTÀ DI LETTERE E FILOSOSOFIA DELL’UNIVERSITÀ DI CATANIA,PROF.TROPEA,PROF.CRISTALDI ECC. ---GENNAIO 2018 PRIMO PREMIO METAUROS 2018 ,UNIVERSITÀ PONTI, PER IL ROMANZO STORICO “LA BARONESSA DI GIBILROSSA”.PRESIDENTE PROF.GIUSEPPE TASSONE. - 2018 PREMIO LETTERARIO INTERNAZIONALE ,PREMIO ASSOLUTO “GIOSUÈ CARDUCCI”AIAM ROMA, PER IL ROMANZO “LA BARONESSA DI GIBILROSSA” - 2018 PUBBLICA CON LA LINK EDIZIONI IL ROMANZO “GLI AMICI DI ROMA” - 2018 PREMIO INTERNAZIONALE PROSERPINA,SEZIONE CULTURA, ASSEGNATO AI SICILIANI CHE SI SONO DISTINTI NEL MONDO.

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