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Il Brigante dell’Etna – PARTE 1 – L’intrallazzo

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  • Dedica 

Per tutti quelli che dalla Russia non sono tornati, per i partigiani che hanno combattuto per la libertà (ma che anche loro hanno fatto le loro), per tutti quelli che sono contro il potere (il quale è abuso dello stesso);

per i poveri contrabbandieri per cui un sacco di frumento ha segnato il loro destino; per chi è all’opposizione dell’opposizione (perché spesso l’opposizione che è la speranza dei cittadini onesti, soprattutto nei Comuni, diventa disonesta);

per tutti questi ho scritto questo libro, ed anche per me, il cui bisogno di scrivere coincide con il senso stesso di esistere.

 

Presentazione

Il romanzo “Il brigante dell’Etna è ambientato in alcuni paesi pedemontani dell’Etna, nella valle dell’Alcantara ed in alcuni paesi del messinese.

Si svolge nel periodo della seconda guerra mondiale ed anche nell’immediato dopoguerra.

Alcuni personaggi sono inventati, altri sono veri e si evidenzia sin dall’inizio il problema della fame.

Ritroviamo dei personaggi coloriti che sono i cantastorie, che giravano da un paese all’altro raccontando per lo più dei fatti di cronaca; poi con l’avvento della televisione scomparvero  a poco a poco. Gli scritti contengono, nelle varie descrizioni, un manuale di sopravvivenza, a cui i giovani possono attingere, se un domani se ne presentasse la necessità (speriamo mai).

C’è ovviamente il protagonista principale, il brigante dell’Etna, ma aleggia in tutto il romanzo il tema dell’errare, del vagabondare da un posto all’altro, come cane braccato, randagio, a cui converrebbe, forse, avere un padrone. Questo connatura il personaggio del brigante dell’Etna, eroe negativo che alla fine ne esce sconfitto, come il male nell’eterna lotta contro il bene.

C’è in ciò un messaggio apparentemente occulto, ma invece molto palese, per i giovani di oggi: il male porta a strade che non spuntano, che non vanno da nessuna parte. E’ opportuno cogliere questo aspetto che l’autore evidenzia e che ritorna sempre nei suoi scritti: la ricerca del bene; e, non ultimo, la morale che emerge sempre.

Troviamo questi scritti così, nello stesso tempo, antichi ed attuali, con una scrittura versatile, fluente, che trasporta ed ammaga; il senso dell’affabulazione di cui abbiamo sempre bisogno, la necessità interiore che ci vengano ancora raccontate delle favole, dei fatti, dei “cunti”.

M. Musumeci

 

Prologo

Alcuni dei luoghi di cui si narra in questi scritti non ci sono più, perché coperti dalle colate laviche dell’ottobre 2002. E’ doloroso constatare tutto ciò, ma è doveroso segnalarlo in quanto la descrizione di qualche luogo potrebbe sembrare fantasiosa, ma non lo è.

Certamente, il  constatare che  certi luoghi non  ci sono più, lascia l’amaro in bocca, ma, nello steso tempo, costituisce motivo, a mio parere, di ricordarli.

Esistono ancora nella nostra memoria, negli anziani, poco nei giovani e nulla esisteranno nelle generazioni future, che potranno, comunque, immaginare questi luoghi.

E’ l’eterno mutare della vita e delle cose, il continuo divenire che nel caso dell’Etna diventa più pregnante; non possiamo farci nulla, ma solo constatarne i fatti; dolorosamente direi.

Noi viviamo alle falde d’un vulcano attivo, e come ne subiamo il fascino, dobbiamo accettarne pure le conseguenze negative, così come dice il decano, il patriarca di Piano Provenzana, Ignazio Russo, pioniere convinto, disposto a ricominciare, pur consapevole di quello a cui si può andare incontro; ma “fede ti salva e non legno di barca”, così come recita un antico proverbio siciliano.

Così, malgrado tutto, la vita continua e deve continuare. Piano Provenzana tornerà a vivere, così com’è giusto che sia, così come volevano i nostri padri e i nostri nonni.Ha dato pane a loro,lo daranno ancora a noi. La guerra con Mongibello – l’Etna – non avrà mai fine, fin quando esisterà lo specioso uomo etneo; e sulla lava appena rappresa e raffreddata sorgeranno le nuove case e sopra questa lava, questa sciara, così come la chiamavano gli arabi, le case sono più sicure, perché scevre da alluvioni ed eventuali colate laviche, perché poste più in alto rispetto al territorio circostante. Amore e odio, con la nostra montagna, si litiga sempre e nessuno vince mai, così come fa l’uomo contro l’uomo,da quando nasce a quando muore. Così nei secoli dei secoli, per sempre,a meno che,nel tempo,qualche mutazione genetica migliorerà l’uomo.

Nota dell’autore.

“Ma verso Tramontana e Maestro, lungi da Balsama circa due piccioli miglia, vi è un’altissima rupe, la quale è chiamata Pietra mirina, quasi vedetta, che per la sua altezza essendo d’ogni intorno separata e cinta d’altissimi balzi, ed attorno raggirando più di mezzo miglio è accoppiata di buonissime vigne et acque dolci sorgenti, il paese per lungo spazio rimira, che da lungi pare un castello”.

Dalla “Descrizione della Sicilia” di Antonio Fìloteo Omodei, nativo di Castiglione di Sicilia, della serie “Scrittori Siciliani del Cinquecento”, a cura di Angelo Manitta e di Enza Conti.

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PARTE 1

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L’intrallazzo (il contrabbando).

Mi  teneva  per  mano,  mio  padre,  io  bambino,  la  domenica mattina, nella  piazza  Mercato  di  Linguaglossa,  oggi  piazza Santo Calì – poeta, e un cantastorie cantava con grande foga, a squarciagola, modo di cantare tipico dei cantastorie: “Mpicciutteddu carritteri,

mafiusu di talentu, ‘ntrallazzava vulinteri, favi, ciciri e frumentu” 

“Un giovane carrettiere, mafioso, talentuoso, contrabbandava volentieri, fave, ceci e frumento. 

La domenica mattina, sino alla fine degli anni cinquanta, quando il tempo era buono, i cantastorie cantavano ancora le vicende avvenute nel mondo, ma per lo più in Sicilia, che quello era il nostro mondo, e raccontavano soprattutto le storie di cronaca. Li aiutava il fatto che la televisione, all’epoca, era agli albori e non tutti la possedevano. Poi, con l’avvento della televisione, tutto cambierà, come noi ben sappiamo.

In quel tempo era quella la nostra televisione, il nostro piccolo mondo paesano. Sono sfumati i miei ricordi per quanto riguarda quel periodo, ma invece ricordo bene che Orazio Strano, cantastorie di Riposto, cantava:

“Ammassu o senza ammassu,

non si po’ stari di lu pani arrassu”… ossia

“Ammasso o non ammasso,

non si può stare lontano dal pane”.

(E’ riduttivo il passaggio fra il dialetto siciliano e la lingua italiana, ma è necessario farlo, se vogliamo essere capiti).

Poi, al canto, il cantastorie alternava una spiegazione a parole, additando con una bacchettina della pittura su tela, a riquadri, su un grande lenzuolo che da bianco diventa variamente colorato: “Comu viditi ‘nda lu primu quatru…”, “come vedere ne primo riquadro…”.

 

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Era da poco iniziata la guerra, con la fame e gli stenti che ogni guerra porta con sé.

Dopo un po’ di mesi la scorta dei viveri, che nella casa di Ggiddiu, grazie a Dio, non erano mai mancati, si andava affievolendo. Iniziava così ad aumentare la tensione sia per la paura della guerra che della fame. La famiglia era numerosa e Ggiddiu aveva il padre vecchio, (il fratello maggiore era alla guerra, non per sua volontà) e pure tre sorelle aveva in casa; sentiva dunque il dovere di provvedere a sfamare la sua famiglia, malgrado fosse il più piccolo dei figlioli.

Si sentiva dire, allora, che dalle parti di Cesarò e di Troina, i contadini avessero del frumento da vendere, di contrabbando però, perché era quello che loro non portavano all’ammasso; lo nascondevano nei pagliai, nelle case disabitate, sotto terra, o in altri nascondigli camuffati (armadi a muro, casse con doppio fondo, sotto scorte di paglia ecc..).

Queste cose i carabinieri li sapevano, ma facevano finta di non saperle, rifornendosi a volte anche loro, perché la fame c’era per tutti, loro compresi.

Qualche volta andavano in due e scoprivano i nascondigli, e si facevano – apparentemente – corrompere; in realtà facevano rifornimento.

“Maresciallo”, gli dicevano i contadini, anche se il milite fosse un semplice carabiniere (il siciliano dà sempre un grado in più per farsi bello), “i bambini hanno fame, ci straziano gli occhi con i loro sguardi, per loro l’abbiamo fatto”. E in un tono supplichevole: “Se voi avete bambini ci potete capire; i figli sono pezzi di cuore; se non diamo loro da mangiare prendono le malattie. Vedete com’è buono – e mostravano il pane caldo, odoroso di forno, appena sfornato-; se volete, prendetene un po’ anche per i vostri figli”. E il più delle volte ne prendevano e lo portavano a casa, perché anche loro soffrivano dello stesso problema. Molti carabinieri, direi la maggior parte, provenivano da famiglie di contadini e di pastori ed il problema lo sentivano perché l’avevano già vissuto:  anche loro, da bambini, erano cresciuti a fame e stenti.

Del resto, lupo non mangia lupo, vivi e lascia vivere, e tutto continua come vuole Dio. Questo pensa l’uomo del sud, che della giustizia ha un’idea personale che spesso non collima con la legge; perché quest’ uomo che è cresciuto  più nell’ingiustizia che nella giustizia, più nel sopruso che nel diritto, ha imparato a difendersi da solo ed ha sviluppato una filosofia di vita molto singolare, personalizzata.

Inoltre, l’uomo del sud cerca di ottenere dei vantaggi dall’uno e dall’altro lato, si deve difendere dai manigoldi e a volte anche dalla legge, perché per vivere spesso ne oltrepassa i confini, e, braccato dagli uni e dagli altri che la rappresentano, diventa un provetto equilibrista che riesce ad andare avanti malgrado le difficoltà e le insidie della vita: l’uomo del sud è un acrobata eccezionale. Ce l’ha contro i carabinieri, perché renitente alla leva (retaggio della dominazione borbonica) braccato da essi perché a suo modo vuole essere libero e la pensa a modo suo: “ogni testa forma un tribunale”, recita un vecchio detto. Così, con questi ragionamenti iperbolici, l’uomo del sud finisce spesso in galera, stupidamente.

I padri a tutto ciò fanno bordone perché si vedono levare queste braccia preziose che servono loro per allevare le bestie, per l’agricoltura, per le vigne e tutto quanto (questo una volta, di allora parliamo, oggi è tutt’altra cosa). Così Ggiddiu iniziò un’attività fiorente che oltre a sfamare la sua famiglia gli permetteva di vendere quel che gli avanzava, che non era poco. Alla farina miscelava anche della crusca per aumentarne la quantità e la vendeva così anche alla famiglia della sua fidanzata: “la legge è uguale per tutti”, diceva. La prima voltà andò a Cesarò con un solo asino, poi con due, poi con tre, tanto loro tenevano quattro asini in stalla.

La loro attività era quella di andare a far legna in montagna.

Il padre di Ggiddiu era vecchio ormai, ed i due figli maschi provvedevano al sostentamento della famiglia.

Suo fratello andava in montagna con tre asini e portava a casa tre carichi di legna, che Ggiddiu, col carretto andava a vendere e Putieddi – Botteghelle – (Fiumefreddo di Sicilia).

Ogni giorno uno dei tre asini restava nella stalla per riposarsi e quello che era in stalla, il quarto, saliva in montagna. Sembrerà strano ai non addetti, ma loro, gli asini li conoscevano in viso, uno per uno, così come il pastore riconosce le sue pecore.

Così, a turno, gli asini si riposavano. Una volta avevano un asino che era recalcitrante, non li faceva neanche avvicinare per governarlo. A governare le bestie ci pensava il vecchio padre, che rimaneva in casa.

Tenevano anche una o due capre per il latte, due-tre maiali e galline e galletti da mangiare e conigli. Preparavano i capponi e il tacchino per Natale. Erano, per come si diceva allora, contadini comodi. Il loro padre, seccato ed anche preoccupato per quest’asino “riugghiusu”, – recalcitante- una volta, disse al figlio più grande, Concetto, che andava in montagna: «Questo te lo porti tutti i giorni, “ca hiavi a mangiatura bascia” – ha la mangiatoia bassa – è viziato; lo devi caricare molto più degli altri, vediamo così se si calma un pò» .

A questo sentire Concetto  fu invitato a pasta e carne, in quanto le bestie lui li caricava, e come! Era “ubbidu”– avido di lavoro

-, L’animale dopo quattro mesi era ridotto pelle e ossa, sembrava un bue dei Nuvarisi dopo quattro anni di lavoro. Lo tennero in stalla per un po’ di tempo, ma l’asino non si rimise più; indi lo macellarono e accomodarono per un po’ di tempo, facendosene anche amici.

 

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Ggiddiu passava dalle zone alte, vicino la montagna, (l’Etna), per andare a Cesarò, che erano meno controllate, quasi niente. A volte per le trazzere, a volte dirupando muri per creare nuovi passaggi, nuove vie più sicure; e l’asino, a volte ci andava con due a volte pure con tre – docile docile, si faceva condurre. Attraversava la lava di Corruccio e da lì a Randazzo e da Randazzo a Cesarò.

Non poteva certo andare col carretto per le vie usuali, che erano fortemente controllate, anche se da lì qualche carretto passava ed anche qualche camion, magari pagando qualche obolo o lasciando qualche sacco di grano per la GIL. Passava pure un certo L. che andava verso Giarre, amico di Ggiddiu, ma quella era altra cosa.

Nel tempo la notizia venne all’attenzione dei carabinieri del paese che lo controllarono, e si resero conto che tutto ciò era vero. Ma Ggiddiu era all’oscuro di tutto questo e continuava alacremente il suo lavoro. Capì poi in seguito che il confidente dei carabinieri era nello stesso quartiere e faceva parte della legge: era don Peppino u Carzareri, -il carceriere-, che, in fondo, faceva il suo mestiere e a quanto pare bene e con zelo. Il tutto si svolgeva di notte e in modo tale che la mattina presto si era già a casa.

Gli scambi denaro-frumento, avvenivano nei cimiteri, ritenuti i luoghi più sicuri.

Ogni tanto, quando c’erano “mali tempi”, cercava rifugio nel convento degli Agostiniani a Troina, che avevano anche una serie di rifugi per le bestie. Spesso dormiva assieme agli asini, per paura che glieli rubassero.

Una volta, nel cimitero di Troina, Ggiddiu, stanco di attendere colui il quale doveva presentarsi per il frumento; si assopì dietro una tomba; faceva molto caldo ed era molto stanco. Allo scoccare della mezzanotte, fu svegliato da dodici  rintocchi della  campana  dell’orologio.  Si  guardò  attorno  e  vide  in lontananza delle ombre vagolare, informi, fosforescenti, ma non ebbe paura; capì che dovevano essere quei fuochi fatui di cui aveva sentito parlare nei fondaci; e poi non poteva aver paura, perché un carbonaio quale egli era, uomo della notte, è avvezzo a tutto.

Poi si sentì chiamare: «Amicu, amicu…»; era l’altro contrabbandiere! «Venite con me», gli disse, e portatolo distante da lì: «Scoperchiate questa tomba», e Ggiddiu uomo senza paura, tolse il marmo ad una vecchia tomba divelta, dove dentro c’erano i sacchi con il frumento. In genere lo sistemavano lì la notte avanti, in modo da non creare troppo movimento e così non dare nell’occhio, anche se, io penso, che tanti sapevano e stavano zitti. «Cu è orbu, mutu e taci, campa cent’anni ‘mpaci» – “chi è orbo, muto e tace, vive cent’anni in pace”, così recita un vecchio proverbio siciliano, e pure: «Nenti sacciu e nenti haia dittu, e si chiddu ch’avissi dittu costituissi dittu, comu fussi ca non l’avissi dittu», ossia  “Niente so e niente ho detto, ma se quello che ho detto costituisse detto, è come se non l’avessi detto”.

Concluse le contrattazioni e i pagamenti ognuno andava per la propria strada. Al paese qualcuno si voleva abbinare a lui, perché si guadagnava bene e la fame era tanta.

A volte scherzavano fra amici: «A maiorca passa», dicevano, intendendo un tipo di frumento che pare avesse libera circolazione, ma in effetti intendevano i sordi, che così, con questo doppio senso, venivano indicati. Una volta il suo parente Peppe volle andare con lui, ma, al ritorno, nei pressi della borgata Catena, sulla lava del 1923, i carabinieri tesero loro un’imboscata: Ggiddiu scappò con quattro salti, fra le nere sciare, anche se aveva le gambe corte, col rischio  di sfracellarsi, al buio, noncurante dei colpi di proiettile sparati dai carabinieri, ma Peppe per paura, ed anche perché claudicante, non potè seguirlo e fu preso; comunque, non parlò, ma l’asino si; lo lasciarono libero e se ne tornò mogio mogio a casa; così capirono tutto. Ggiddiu non andò in paese, perché certamente l’avrebbero cercato e trovato; riparò in una grotta nei pressi di una proprietà che loro avevano non molto distante dal palmento a Funcia, (di proprietà del prete detto Funcia), luogo di ritiro nelle ore assolate dei meriggi di luglio e agosto, vera stanza dello scirocco; ci andava pure a giocare quand’era ragazzino, per cui, anche al buio lui si muoveva bene, perché la conosceva a menadito. Stette lì alcuni giorni cibandosi di verdura selvatica bollita e di tanto in tanto sonnecchiava, ma sempre vigile stava, dormiva come si suol dire, con un occhio solo, e nel dormiveglia ricordava i momenti in cui lì mangiavano un boccone con tutta la famiglia e bevevano la fresca acqua del bombolo e l’acquatina – vinello – al posto del vino buono, per risparmiare ed anche perché il vino buono veniva venduto.

Pensava a sua madre, che, sebbene vicina, era molto lontana e molto pensierosa in questo momento, anche se lei sapeva che Ggiddiu, in qualunque posto si trovasse se la sapeva cavare, perché avvezzo a tutti i mali tempi e inconvenienti.

Ma dopo  alcuni  giorni, stanco ed affamato,  ritornò  a casa, nottetempo; bastò chiamare piano piano e subito lo fecero entrare perché l’aspettavano, sapevano che prima o poi sarebbe ritornato. Ggiddiu, come tutti i latitanti, non poteva fare a meno della sua famiglia, e questo, don Peppino un Carzareri lo sapeva.

 

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CONTINUA…

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About Author

Giovanni Sciara è nato a Linguaglossa(CT), un paesino alle falde dell’Etna. Compiuti gli studi regolari,emigra a Catania per gli studiare medicina. Si laurea in Medicina e Chirurgia. Attualmente vive a Linguaglossa. Ha pubblicato: “Sull’antico stemma della chiesa di sant’Egidio Abate in Linguaglossa”2005 con ‘Il mio libro.it “Nascita e morte del torrente Lavina”2006 con ‘Il mio libro.it “Padre Bicicletta e altri racconti”2007 ,con ‘Il mio libro.it -2009-“I monaci di Santu Stasi”,racconti,con la “Maremmi Editori” “Il brigante di Pietramarina” ,romanzo storico,con la Maremmi Editori” -“La grotta del fico nero”, romanzo,con la “Maremmi Editori” -Componimenti religiosi,d’amore e di sdegno dell’antica Linguaglossa 2012,con ‘Il mio libro.it -I Vecchio a Linguaglossa e a Castiglione di Sicilia 2013 con ‘Il mio libro.it “-La fabbrica delle ostie”,spaccato degli anni ’50 e ’60,un amarcod siciliano,tra ricordo e nostalgia 2014, con ‘Il mio libro.it --2016-“Il brigante di Pietramarina”con la casa editrice Aedobooks. --2016-“Il brigante dell’Etna”con la casa editrice Aedobooks. -- 2017-“I monaci di Santu Stasi” con l’Aracne editrice. La sua scrittura viene classificata nella corrente letteraria del realismo magico o più propriamente del realismo magico siciliano.Scrive spesso sul giornale “La Sicilia”. Suoi scritti sono stati tradotti e pubblicati negli Stati uniti d’America. I suoi racconti e romanzi sono quasi tutti ambientati a Linguaglossa, Castiglione di Sicilia, Savoca, Forza d’Agrò e paesi viciniori. Hanno parlato di lui: Sergio Bilotti, Enza Conti, Angelo Manitta, Prof. Girolamo Barletta, Prof. Salvatore Castorina Grasso Salina, Concita Lo Giudice-Venezuela, Turibio Venera-Parigi, Antonino Sellerio, Prof Gaetano Cipolla dell’University Saint John di New York, Vanessa Stieb scenografa al teatro Colòn di Buenos Aires,Prof.essa Silvana La Porta-Giornalista-; Emilia Giuliana Papa –giornalista-; Prof.Alfonso Campisi des Universitè de la Manoube –Tunisi, Président de l’AISLL; Prof.essa Lillyrose Veneziano Broccia,della University of Pennsylvania-Philadelphia ;la Mariani,scrittrice,ecc.ecc. .Articoli riferiti a lui sono stati scritti in varie riviste letterarie e giornali, come “Il Convivio”, trimestrale di Arte,Poesia, Cultura a cura dell’Accademia Internazionale “Il Convivio”, ”La Sicilia”, “Il Giornale di Sicilia” di Palermo,”Il Gazzettino di Giarre”ecc. -Ha fatto parte di giurie letterarie e teatrali. Lo scrittore Giovanni Sciara ha ottenuto notevoli riconoscimenti nazionali e internazionali: --2011 Premio Internazionale “Il Convivio” – Premio Speciale della Giuria, per il romanzo storico”Il brigante di Pietramarina” --2012 Premio Internazionale”Il Convivio” per il romanzo ”La grotta del fico nero” --2013 Primo Premio Nazionale “Angelo Musco”--Sezione Letteraria—per il romanzo storico “Il brigante di Pietramarina”. Giuria rappresentata dall’Università di Catania—Facoltà di Lettere e Filosofia. --2015 Finalista—solo due finalisti—al Premio Nazionale “Angelo Musco”Sezione Letteraria. Giuria rappresentata dalla Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Catania,con l’opera “I monaci di Santu Stasi”. -E’ PRESENTE NEL DIZIONARIO BIOBIBLIOGRAFICO DEGLI AUTORI SICILIANI TRA OTTOCENTO E NOVECENTO.. -DAL NOVEMBRE 2016 FACENTE PARTE DEL COMITATO D’ONORE CANDIDATURA UNESCO PER LA REGIONE SICILIA . --2016 PUBBLICA CON LA CASA EDITRICE AEDOBOOKS DI ROBERTO TOMASSI”IL BRIGANTE DELL’ETNA”. ---2016 PREMIO INTERNAZIONALE MICHELANGELO BUONARROTI—SEZIONE “D” NARRATIVA, CON “I MONACI DI SANTU STASI”:”DIPLOMA D’ONORE CON MENZIONE D’ENCOMIO”. --2017 VINCITORE DEL PREMIO LETTERARIO “ GIOVANNI PASCOLI”,ASSEGNATO DALL’A.I.A.M.(ACCADEMIA INTERNAZIONALE D’ARTE MODERNA ROMA-PRESSO UNIVERSITÀ VALDESE CON IL ROMANZO: “IL BRIGANTE DELL’ETNA”,CASA EDITRICE “AEDOBOOKS, DI ROBERTO TOMASSI,PRIMO PREMIO ,MEDAGLIA D’ORO ,PER LA NARRATIVA EDITA.PARTECIPANTI 95. 2017 SOCIO ONORARIO “UNIONE CANTASTORIE”( STORYTELLERS UNION IN THE WORLD”). -OPINIONISTA DEL GIORNALE “LA SICILIA” --2017 RIPUBBLICA CON L’ARACNE EDITRICE DI GIOACCHINO ONORATI “I MONACI DI SANTU STASI” -- DICEMBRE 2017 PUBBLICA CON LA CASA EDITRICE ERACLE “LA BARONESSA DI GIBILROSSA” ---GENNAIO 2018 VIENE SEGNALATO AL PREMIO “ANGELO MUSCO “ PER LA SEZIONE LETTERARIA, PER IL ROMANZO EDITO,”LA BARONESSA DI GIBILROSSA”,GIURIA DELLA FACOLTÀ DI LETTERE E FILOSOSOFIA DELL’UNIVERSITÀ DI CATANIA,PROF.TROPEA,PROF.CRISTALDI ECC. ---GENNAIO 2018 PRIMO PREMIO METAUROS 2018 ,UNIVERSITÀ PONTI, PER IL ROMANZO STORICO “LA BARONESSA DI GIBILROSSA”.PRESIDENTE PROF.GIUSEPPE TASSONE. - 2018 PREMIO LETTERARIO INTERNAZIONALE ,PREMIO ASSOLUTO “GIOSUÈ CARDUCCI”AIAM ROMA, PER IL ROMANZO “LA BARONESSA DI GIBILROSSA” - 2018 PUBBLICA CON LA LINK EDIZIONI IL ROMANZO “GLI AMICI DI ROMA” - 2018 PREMIO INTERNAZIONALE PROSERPINA,SEZIONE CULTURA, ASSEGNATO AI SICILIANI CHE SI SONO DISTINTI NEL MONDO.

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