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Coronavirus, lettera della Caritas diocesana di Noto

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Lettera del vicario generale e direttore della Caritas diocesana di Noto, don Angelo Giurdanella, e degli assistenti della Caritas, don Christian e don Paolo, ai sacerdoti, alle Caritas parrocchiali, alle aggregazioni laicali, ai Centri ascolto, agli operatori pastorali e alle comunità ecclesiali della diocesi:

“Carissimi,

come Caritas diocesana vogliamo dire il nostro grazie a tutti coloro che nel nostro Paese sono impegnati in prima linea – dai medici e infermieri ai rappresentanti delle Istituzioni, dai volontari a quanti continuano a lavorare nei vari servizi a favore della comunità – nella lotta al contagio e alla malattia, a tutti coloro che nella nostra Diocesi continuano a trovare vie e forme di carità e attenzione ai più deboli, e condividere un messaggio di responsabilità di fiducia e di speranza. Ci sono, nella Via Crucis le stazioni di sempre e c’è una stazione nuova, quest’anno: Cristo non è sceso dalla croce perché Figlio di Dio! Ci sono le stazioni di sempre in questa Quaresima: accompagnando Gesù, partecipiamo dello smarrimento delle pie donne e delle sorelle e fratelli con cui condividiamo questo tempo difficile, drammatico. E ammiriamo i nuovi Cirenei: medici, infermieri, volontari e tanti altri in prima linea a rischiare, curare, amare con dedizione senza misura. E cerchiamo, come la Veronica, gesti di attenzione possibile: ci sono volontari disposti ad aiutare chi non può uscire per la spesa; i nostri cantieri educativi cercano di raggiungere con messaggi i ragazzi uno ad uno; nelle nostre case di accoglienza (aperte 24 ore su 24) si resta accanto a mamme e bambini o ai migranti con i quali manteniamo relazioni di prossimità e di fiducia, confortando chi – più debole – avverte di più la solitudine di questi giorni; c’è il ministero dei presbiteri che restano accanto agli ammalati o continuando ad abitare spazi come gli ospedali e il carcere, mentre tutti continuano a celebrare l’Eucaristia per tutti nell’assenza di fedeli ancor più, per questo, con forte tensione di comunione; abbiamo l’intercessione orante dei nostri monasteri contemplativi e dei nostri eremiti: padre Ugo e padre Guglielmo. Percorriamo così vie di santità e non di sacralità: per fedeltà e non per eroismo, preoccupati ma non disperati, come tutti nella condivisione del momento difficile, ma radicati in Dio che ci chiede di partecipare alla sua decisione di non scendere dalla croce (nuova stazione della Via Crucis della vita). Per questo nel rispetto delle regole: non per imposizione esterna, ma per adesione responsabile e cura del bene comune, a cui rimanda l’invocazione del “Padre nostro” e la fede in Dio che non ci salva con facili miracoli ma con l’amore di condivisione. Hanno detto i nostri vescovi: «Una Chiesa di cielo e di terra!» Sì, perché siamo Chiesa tra la preghiera, ancor più sentita per l’impossibilità di forme comunitarie visibili, e la carità, limitata ma solo per amore e non impedita, con forme possibili e creative.

«Un salterio dal basso!» – ha auspicato il nostro vescovo Mons. Antonio Staglianò, nella Lettera indirizzata ai Presbiteri, in cui chiede di trasformare in preghiera la nostra condivisione di questo momento, in una Quaresima che ha il sapore del Sabato santo, quando Cristo scende agli inferi e salva anche Adamo. La salvezza, mai come in questo momento storico, ci riguarda nella nostra fragilità e diventa consapevolezza della chiamata ad essere, non possessori di un Dio sacrale, ma custodi del Vangelo che risuona anche nella prova come partecipazione alla comune condizione umana. Intravediamo la Pasqua nelle parole di un nostro giovane, uno dei tanti che ha partecipato ai percorsi di cittadinanza promossi dalla nostra Caritas per riscoprire l’anima della città: «Forse così possiamo leggere quanto ci sta accadendo: abbiamo perso il nostro vero rapporto con la realtà, diventando così superficiali e abituati a fare ogni cosa in vista di un risultato che possa soddisfare il nostro individualismo. Dovremmo, invece, porgere maggiore attenzione agli altri e a quanti soffrono in questo momento di disagio per tutta l’umanità. Ci sarà dato di comprendere più in profondità quanto ci viene dato di sperimentare: una sosta estatica per fermarsi, riflettere e cogliere la verità dell’essere, diventandone così i custodi e riscoprendo un nuovo approccio con la realtà che ci apre a nuovi orizzonti». Ecco allora che, nella festa di San Giuseppe giovedì 19 marzo, ci uniamo alla preghiera di tutte le Chiese d’Italia, come ci viene suggerito dalla C.E.I., per riscoprirci custodi e intravedere, dopo una Quaresima che ci spoglia di presunzioni e smanie di onnipotenza, la Pasqua come vita nuova, coraggiosa e mite! Nell’umile e accorata fraternità. Nella riscoperta delle virtù civiche che aiutano ad anticipare – dentro la complessa storia degli uomini – il regno del Messia che fa rifiorire la vita lasciandosi aiutare dall’eccesso di amore dei piccoli. Aiutati, in modo particolare, dalle donne che sanno offrire l’unguento della tenerezza e dirci che non importano risultati e calcoli, ma il dono di sé nello spreco di amore, come quello di una povera vedova che, poco prima della passione, Gesù elogia perché dà tutto quello che ha per vivere. Prepariamo così, quest’anno la Pasqua, nell’umile offerta di noi stessi insieme a tutti, nella sobrietà delle parole che lasciano il posto ai gemiti dello Spirito!

“Noi sappiamo che siamo passati dalla morte alla vita, perchè amiamo i fratelli”(1Gv 33,14).

Dio ci benedica tutti e ci guidi nel nostro cammino”.

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