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Adrano, “Ritorno all’Amarina”, la proposta di ridare l’antico nome ad una contrada

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Restituire a una contrada dell’Etna il suo nome popolare, legato agli alberi d’amarena che vi crescevano spontaneamente. A questa richiesta, formulata dal giornalista e scrittore Giuseppe Lazzaro Danzuso al Comune di Adrano, il sindaco Angelo D’Agate ha risposto “si può fare”.
E’ avvenuto davanti agli adraniti riuniti nel Teatro Bellini per assistere alla presentazione del libro “Ritorno all’Amarina”, memoir scritto appunto da Lazzaro Danzuso, che ha spiegato: “Approssimative italianizzazioni e cattiva memoria hanno condotto a mutare il nome popolare della contrada, Amarina, addirittura in Marina, toponimo piuttosto curioso visto che questo luogo si trova sull’Etna, a un’altitudine di circa novecento metri sul livello del mare”.
“Consideriamo giusto – ha sottolineato il sindaco D’Agate, presente alla manifestazione con l’assessore Anna Rita Marcellino -, tornando al nome popolare, ricostituire l’identità di questa contrada al centro di un’area che è una delle più interessanti del nostro vulcano non soltanto per i suoi boschi e le sue grotte, ma anche per le sue biospecificità. Come appunto le amarene selvatiche dalle quali si trae uno sciroppo artigianale che serve a creare squisite bevande”.

Nel corso della presentazione del volume, edito da Lupetti, da parte del giornalista Nicola Savoca, l’attore Angelo D’Agosta ha letto alcuni brani del libro, ambientato per gran parte proprio ad Adrano, cuore dell’Etna, ma anche a Catania, Roma, Monte Porzio Catone e Milano, in un periodo che va dagli anni Sessanta alla fine del trascorso millennio.

“Lazzaro Danzuso – ha detto il sindaco -, che qualcuno ha definito l’antiCamilleri per il suo uso del dialetto, ha raccontato con parole mirabili il paradiso della propria infanzia ad Adrano, facendo risplendere la bellezza di una città e di un’intera comunità che sa prendersi sempre cura degli ultimi”.

“Ritorno all’Amarina – ha sottolineato Nicola Savoca – è un libro intenso ed è, soprattutto, un atto d’amore verso la città di Adrano, antica ‘Ddarnù, ‘paradiso in terra’ popolato di mille personaggi che a conoscerli regalano la più gioiosa e malinconica delle certezze: eravamo felici e non lo sapevamo”.

Sono stati presentati anche dei video con filmati girati all’epoca del boom economico dal padre dell’autore, con una cinepresa in super otto.

La scheda del libro

“Ritorno all’Amarina”, edito da Fausto Lupetti, è il romanzo della memoria ritrovata di una generazione di italiani. Pur partendo da quella del protagonista e della sua pittoresca famiglia, la storia narrata in riguarda in realtà un’intera generazione di italiani faticosamente passata dalla preistoria alla fantascienza. E che al termine di questa estenuante maratona sente disperatamente il bisogno di guardarsi indietro, di prendere fiato e salvaguardare la propria umanità attraverso il racconto di sé stessa e dei propri genitori, nonni, avi. Recuperando quel dialetto che è lingua del cuore. Un libro che spinge a frugare nei cassetti alla ricerca di vecchie foto di famiglia, per tornare al paradiso dell’infanzia, riconciliandosi con le  proprie radici trovando lo stimolo per trasmettere storie e  ricordi a figli e nipoti, ai millennials.

Perché “Cunti con le gambe siamo. Cunti viventi. Cuntati beni o mali, ma cunti”.

“Ritorno all’Amarina”  è un libro nel quale chiunque abbia tra i quaranta e i settant’anni (e più) può riconoscersi. Non solo quei baby boomers vissuti in un’Italia felice, ancora povera ma che si sentiva ricca sfondata.

Era, quello, il Bel Paese delle maglie di lana rammendate, dei calzoni corti e delle ginocchia sbucciate, dei cravattini e del burro di cacao, dei gettoni telefonici e della Vespa, di Tutto il calcio minuto per minuto e della Hit Parade di Lelio Luttazzi, di Carosello delle imitazioni di Alighiero Noschese, del colonnello Bernacca e degli albori di una televisione che, allora, univa, insegnava.

Una buona maestra. Come Alberto Manzi.

Un libro – dall’elegante veste grafica che si deve a Gianni Latino – scritto in un linguaggio “verghiano”, mix di quei dialetti che sono la ricchezza della lingua italiana.

Un libro, venato d’ingenuità – grazie al quale possiamo ricordare i fanciulli che eravamo e riderne. Ma anche commuoverci. E trovar pace”.

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