La festa della Madonna di Gulfi a Chiaramonte (di Giuseppe Cultrera)

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La domenica dopo Pasqua, ininterrottamente da quasi quattro secoli, un’enorme folla di fedeli di primo mattino si reca nella vallata sottostante il paese dove, nell’antica chiesetta Santa Maria la Vetere (più nota come Santuario di Gulfi) è custodita una taumaturga statua della Madonna. Alle dieci in punto inizia la veloce ascesa verso la città: davanti a tutti i devoti che con le funi alleviano il peso della pendenza ai portatori, numerosi sotto il baiardo sul quale è fissata la statua della Madonna; poi appresso la banda ed il popolo. Il percorso di quattro chilometri, tortuoso e con notevole pendenza, viene effettuato in un’ora esatta. Così vuole la tradizione. Sicché alle 11, coloro che sono rimasti in città e i devoti dei paesi vicini, accolgono la patrona in piazza Duomo tra un tripudio di voci, musica e mortaretti.

Stesso antico rituale per la solenne processione nelle vie cittadine, subito dopo pranzo, con la partecipazione delle quattro confraternite di S. Vito, S. Giovanni, S. Filippo e del Salvatore i cui stendardi riccamente ricamati in oro precedono il Simulacro. Quindi ha inizio il solenne novenario (che risale al 1644 e trae origine da un editto di Filippo IV, re di Spagna ed allora anche sovrano di Sicilia).  La Madonna di Gulfi posta sull’altare della chiesa Madre (S. Maria La Nova) riccamente addobbato con fiori, ceri, festoni di velluto rosso, verrà onorata, in ciascun giorno, da una categoria sociale, secondo un rituale codificato nei secoli: il lunedì coltivatori e venditori di ortaggi (urtulani e putiari), martedì i mugnai (mulinari), il mercoledì le donne (fimmini), giovedì i pastori (picurari), il venerdì gli artigiani (masci) il sabato i braccianti agricoli (jurnatari), la domenica gli apicoltori (vasciddari), il lunedì successivo gli agricoltori (massari) ed il martedì, infine, i lettighieri e gli staffieri (vurdunari).

Chiaramente oggi molte di queste maestranze, che nel passato rappresentavano tutta la classe popolare, sono o scomparse o minoritarie; suppliscono categorie similari, ma sempre nel solco della tradizione. Tradizione ed afflato popolare, fede e identità cristiana stanno alla base di questa antica festa, che affonda le radici nei primordi del Cristianesimo (la chiesetta di Gulfi è testimonianza della comunità paleocristiana) ed ancor prima per alcune connotazioni del rito che rimandano agli antichi culti della terra madre.

Il legame tra i cittadini di Chiaramonte e quella che chiamano «la Nostra Madre» è visibile nella corale partecipazione a questo rito annuale al quale anche coloro che, per qualsivoglia motivo sono dovuti andar via dal paese, fanno di tutto per esser presente, anche affrontando un lungo e costoso viaggio. Il ritorno al Santuario, il mercoledì, è parabola anche di tanti ritorni alla terra patria, di approdi vagheggiati, di affetti ricongiunti e di speranze rincorse in questo lembo del Sud.

Giuseppe Cultrera

(per gentile concessione)

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