“Incisioni” la mostra di Sandro Bracchitta all’ex Convento del Carmine di Modica

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Venti anni di attività racchiusi nella mostra “Incisioni” del maestro Sandro Bracchitta, inaugurata all’ex Convento del Carmine a Modica. Più di trentacinque opere di grandi dimensioni realizzate tra il 1997 e il 2017 ed un’installazione site specific che raccontano le varie fasi creative di uno dei massimi esperti dell’arte incisoria. Promossa dalla Fondazione Teatro Garibaldi e patrocinata dall’Accademia di Belle Arti di Palermo e dalla Fondazione Umberto Mastroianni di Arpino che la ospiterà il prossimo luglio, la personale è curata dal critico d’arte Paolo Nifosì e dal sovrintendente Tonino Cannata; il catalogo, in italiano e in inglese, è invece a cura di Salarchi Immagini, con testi critici di Paolo Nifosì, Loredana Rea e Daniela Vasta. Prima dell’opening, la presentazione della mostra all’auditorium Floridia, alla presenza del sindaco di Modica, Ignazio Abbate, dei curatori e dello stesso Bracchitta.

Un lungo percorso artistico che rivive nelle opere esposte: la ricerca sulla materia e sul colore degli anni Novanta che ben presto cede il passo al segno a puntasecca che interviene su una lastra di zinco o di rame in cui a primeggiare è la componente naturale. Pochi anni dopo fanno il loro ingresso nuovi elementi: la ciotola, l’imbuto, la calle, forme che accolgono, contengono, ricevono. La ciotola semplice come “contenitore che attraversa la storia e che ci porta alla preistoria, a condizioni primordiali in cui l’uomo comincia a differenziarsi come specie – spiega il critico Nifosì – ed è per questo che la ciotola la rende rossa, il colore della vita, del sangue, di tutto ciò che è energia”. Ed ancora la foglia, i rami, il blu intenso che interviene sul foglio contornato di nero. Dal mondo vegetale si aggiunge un fiore, la calle di colore bianco, a forma di calice con dentro un robusto pistillo ad individuare il femminile e il maschile. Dei primi anni Duemila è il ciclo “La luce del vulcano”, riferito all’Etna, ed ancora la lunga veste femminile e la sedia. “Così come la ciotola, l’imbuto, la calle, la veste – continua Nifosì – contiene l’idea universale della donna, una sorta di Dea madre, resa partoriente generatrice di vita, possibile anche di riconoscimento di infertilità, di negazione della vita. La sedia è una pausa, un riposo, un abbondonarsi: è luogo dell’attesa, della speranza; ma anche questo elemento contiene un dato di ambiguità: è resa con tre gambe e non con quattro a indicare l’instabilità e l’incertezza”. Ultima a comparire è la casa che nella sua evoluzione passa da una struttura primordiale, un reticolo di ossa, a parallelepipedo con tetto a due falde, senza porte e senza finestre a voler essere contenitore della vita, del nostro io più profondo: “luogo apparentemente sicuro, reso in rosso, in bianco, in ferro ma anche con una patina d’oro; luogo il più prezioso, il più sicuro – conclude il critico – ma solo in apparenza, perché anche quel luogo può svanire, può disintegrarsi”. Gli ultimi lavori, realizzati in Cina, coniugano le precedenti forme simboliche, sperimentando nuovi materiali, come le lastre di alluminio al solfato di rame.

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