Ricordi del Natale

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Pochi, chiari, nitidi ricordi attorno alla grande festa del Natale che la mia memoria ha esaltato fino a farne dei miti. L’atmosfera solenne, magica, pregna. . . mai più ritrovata, mai più vissuta che si generava in ogni famiglia per il corale coinvolgimento al divino evento ma anche ai preparativi dei dolci e delle pietanze tipiche.

     Sarida anca ri lignu, Rosaria anca di legno, ma solo di ngiuria, di soprannome, che le gambe le aveva buone e solide, signorina già vecchia forse sempre vecchia, un po’ fanatica, un po’ tocca, un po’ stramba, nella sua tabaccheria, in fondo a Via Roma, buia, sporca e maleodorante, col suo Santo Elia, di gesso, in ginocchio, dalle sembianze più di gatto che di persona, esposto su una sedia davanti la porta ad ogni perdurare della siccità per propiziare la pioggia, col suo orgoglio più grande, il suo presepio, ricomposto ad ogni Natale nella nicchia entrando a destra del suo stambugio, disarmonico, col Gesù grande quanto un neonato in carne e ossa e un san Giuseppe piccolo quanto un cucchiaio, pastori senza arti, decapitati con la testa di altra figura, magari di un santo procurata chissà come, appiccicata malamente con la cera fusa. . . e già perché, per passatempo, entravamo nella tabaccheria fingendo devozione e ammirazione per il santo presepio, “ma quanto è bello!”. . . “ma che opera d’arte!”. . .  e, approfittando del coinvolgimento emotivo di Sarida, rovesciavamo i suoi pastorelli, gli staccavamo un arto o la testa. . . si adirava, ci minacciava, scappavamo, ci rincorreva. . . così ragazzi ci si divertiva allora. . . grazie Sarida!

La novena, a partire dalla festa di Santa Lucia e fino all’antivigilia di Natale, davanti alle vetrine dei negozi e alle porte dei maggiorenti e di quanti davano un obolo, un’orchestrina improvvisata di strumenti a fiato attorno ad un cantore stonato, noi ragazzini dietro, Luigi, l’ultimo dei cantori, l’animatore dell’orchestrina, grande e grosso, col cuore di fanciullo, pronto alla battuta scherzosa e alla facile risata, il suonatore al trombone, vecchio allampanato imbacuccato nel cappotto dalle mille pezze con in cima un grande cappello stinto e l’espressione di antica tristezza. . .

L’eco della voce di Luigi: Paci, paci o bona genti ca u Natali s’avvicina. . . mi ritorna di tanto in tanto e vorrei che il tempo si fosse fermato. . . ma non si fermò e l’usanza della novena, gioia dei piccoli e dei grandi, fu travolta dal modernismo della radio, del giradischi, del cinematografo, della tv. Da qualche anno giovani diplomati e laureati in cerca di prima occupazione, mascherati da pastori, vanno in giro per negozi, suonano e cantano forse meglio. . . ma non ci sono nugoli di ragazzini attorno, la gente frettolosa a stento si gira. . . la loro musica sa di sottomarca.

Dov’è la sacralità e la ritualità che secoli di civiltà contadina avevano sedimentato?! A pensarci riascolto e rivedo suoni, volti, odori, momenti, che ho vissuto e che ancora sono vivi in me. . . eppure, sembrano miti d’altri mondi!

Ragusa, 15 ottobre 2004

Ciccio Schembari

Pubblicato sul numero 23 / 2007 “È  festa” della rivista on line www.operaincerta.it

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