A truvatura

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A Truvatura

Circolano in Sicilia parecchie storie di denari incantati e ritrovati. Storie di “truvature”, cioè di ritrovamenti di tesori nascosti, che hanno cambiato posizione economica ai fortunati scopritori. O meglio circolavano quando non c’era la televisione e la sera c’era sempre qualcuno che raccontava storie. I “cunti”. Ora non circolano più e, per fortuna, c’è stato qualcuno che ne ha curato la raccolta e la pubblicazione. La più ricca raccolta è quella del Pitrè pubblicata nel 1875 e ancora oggi ripubblicata dalla Donzelli Editore. È la più ricca non solo a livello siciliano ma mondiale, perché “i cunti” non sono solo siciliani ma di tutte le culture e attengono al bisogno degli uomini di raccontare e raccontarsi. “I cunti” precedono, nella storia degli uomini, i miti e le religioni.

Alcuni sostengono che le tante storie e leggende delle “truvature” sarebbero nate a seguito di ritrovamenti reali di tesori, nascosti dai siciliani che, sballottati fra un’invasione e l’altra, un’imposizione fiscale e l’altra dei conquistatori di turno, si sarebbero abituati a nascondere i risparmi sottoterra e nei modi più ingegnosi.

Io non escludo che qualcuno abbia, nel passato, nascosto qualche tesoro in monete d’oro e poi l’abbia dimenticato e non ne abbia fatto menzione agli eredi, per cui poi, dopo decenni, questo tesoro sia stato ritrovato da un fortunato mortale. Ma sinceramente lo ritengo fatto poco, molto poco, probabile. C’è da dire poi che il tesoro trovato, necessariamente in oro per ovvi motivi di conservazione, non è facile da convertire in moneta corrente. Devo testimoniare, altresì, che ho incontrato persone, che, in piena buona fede, insistono con profonda convinzione su testimonianze, mai dirette tuttavia, di individui che hanno trovato una “truvatura” legata, anche, a fatti e creature fantastiche. Nutro forti dubbi sulla veridicità di tali eventi e ritengo che tali asserzioni attengono alla tendenza e all’attrazione che taluni hanno verso fatti straordinari e misteriosi.

Ho letto parecchi tra “cunti” in generale e “cunti di truvature” e, in veste di narrAttore o storyteller, li racconto. Il mio approccio è di interesse prettamente culturale. A mio giudizio i “cunti” sono vere pagine di letteratura e di poesia. Ciò perché gli autori e i narratori, essendo analfabeti, non potevano non ispirarsi che alla vita. Come i grandi poeti.

I “cunti” delle “truvature”, dei tesori nascosti e incantati con un incantesimo, hanno uno schema comune. Per incantare i denari, quasi sempre marenghi d’oro, occorre scannarci sopra un uomo che pronuncia la formula per spegnarli e il cui spirito resta lì a guardia e verrà liberato solo quando i denari verranno spegnati.

Per spegnare questo tesoro ci vuole che. . . un giovane appena sposato consumi il matrimonio, per la prima volta, in questo luogo. . .; una persona, in una notte, tessa una tovaglia da tavola, faccia un’infornata di pane e, in questo luogo, mangi, con la famiglia, il pane appena sfornato con uova fritte senza fuoco. . .; una persona mangi, in questo luogo, pane fresco di tre anni. . .; una persona mangi la mano verde pelosa e putrefatta. . . nessuna persona possa portare fuori dalla grotta i denari. . .

Nel primo racconto ci fu un giovane alla vigilia del matrimonio che, per puro caso, assistette al rito e fece presto ad applicare la formula. Negli altri fu necessario scoprire il senso delle frasi. Per friggere le uova senza fuoco, la lavandaia, che anch’essa per puro caso aveva ascoltato la formula, usò la calce viva che sprigiona calore. Entrambi i “cunti” si concludono con la frase dello spirito liberato: «O sentisti o vedesti, troppo presto sei venuto». Il pane fresco di tre anni fu acquistato da tre fornaie di nome Anna, in siciliano la pronunzia “tre Anne” si confonde con quella di “tre anni”. La mano verde era impossibile mangiarla. Le prime due sorelle del “cuntu” provarono a nasconderla e questa, alla domanda: «Mano verde dove sei?», dichiarò il luogo ove si trovava smascherandole. La terza sorella, la più piccola, legò la mano sotto la gonna e alla domanda la risposta fu: «Nella pancia della ragazza», e così furono spegnati i marenghi d’oro e il custode, che era un principe e che poi sposò la ragazza. A portare fuori dalla grotta i marenghi d’oro ci provarono in tanti, ma appena fuori si trasformavano in gusci di lumache – in tutti i “cunti”, quando va male, i marenghi si trasformano in gusci di lumache (°) –, uno invece ci andò con un asino, riempì la bisaccia di marenghi, la caricò sull’asino che, con una pedata ben assestata in quel posto, portò fuori i marenghi d’oro che restarono tali. Le persone non potevano portarli via, ma gli asini sì!

Una variante è la “truvatura” della Grotta del Gigante, che è ancora là, perché, per entrare nella stanza con i marenghi, bisogna passare in mezzo alle gambe di un gigante con una mazza alzata e con la scritta «Entra se hai coraggio». Nessuno ha avuto questo coraggio. In alcune varianti si racconta che, chi si è azzardato a spingersi in avanti, ha avuto le torce spente e altri fenomeni intimidatori, per cui ha pensato bene di tornare indietro. In un’altra variante un vitello entrò e tornò fuori con un marengo nello spacco dell’unghia. Allora il padrone entrò nella grotta col vitello davanti e lui aggrappato alla coda, passò tra le gambe del gigante e arrivato nella stanza dei marenghi ne riempì una bisaccia che caricò sul vitello e ne uscì fuori indenne. Non contento fece altri due viaggi, ma senza vitello, tornando fuori con le bisacce piene. Felice andò a dormire, ma durante la notte gli spiriti lo bastonarono ben bene e gli intimarono di restituire i marenghi: «Non sono tuoi, la fortuna era del vitello e tu dovevi venire col vitello». Quello restituì i marenghi tenendosi la parte portata fuori col vitello. Durante la notte ebbe un’altra caterva di bastonate. «Ma questi li ho presi col vitello!». «Non abbiamo niente da farti, hai sbagliato e devi restituirli tutti: è meglio per te!».

Da questi racconti emergono tre elementi: i denari possono spegnarsi solo se si trova l’idea giusta; l’informazione del tesoro e l’idea giusta non vanno sbandierati; deve sussistere un legame di lealtà e solidarietà con le persone vicine. Basta l’assenza di uno di questi tre elementi e la “truvatura” non si prende. In tal caso il narratore conclude con la frase: «La “truvatura” è ancora là e chi vuole può provarci a prenderla». Nel racconto degli sposini, il giovane, appena conclusa la cerimonia del matrimonio, prese per mano la sposina e, invece di portarla nella stanza da letto, la portò in aperta campagna e di notte. Lei, nonostante la stranezza della cosa, ebbe fiducia e lo seguì. La lavandaia passò una giornata per cercare la soluzione alla frittura senza fuoco, fu tentata di parlarne con la comare, ma non lo fece.

Esistono “cunti di truvature mancate” che comprovano i tre elementi di cui sopra.

Don Peppino sa di una “truvatura” dentro una grotta piena di frasche dove, a mezzanotte, si riunisce un’orda di diavoli. Ne parla col compare. Questo non perde tempo e, la notte, va nella grotta e si nasconde sopra le frasche. Vengono i diavoli, fanno quello che hanno da fare, danno fuoco alle frasche e il compare muore bruciato. L’indomani don Peppino va nella grotta con un sacco, per prendere i marenghi e, tra la cenere, riconosce il cadavere del compare. Va dalla comare e le dice della brutta fine fatta dal marito. I due portano altre frasche e si coricano sopra. A mezzanotte arrivano i diavoli, appiccano il fuoco e così frasche, don Peppino e comare, vanno in cenere. In questo racconto manca l’elemento della riservatezza e anche quello della lealtà sia del compare sia di don Peppino che, ci lascia intendere il narratore usando il verbo coricarsi e non nascondersi, ha, sicuramente, una tresca sentimentale con la comare. E la “truvatura” è ancora là!

Tre amici attraverso ricerche e fattucchiere sanno di una “truvatura” dentro una grotta e del modo per spegnare i marenghi. La notte in cui devono effettuare il rito, questi riti si fanno sempre a mezzanotte, si recano sul posto, ma non trovano l’imboccatura della grotta, pur conoscendo benissimo, tutte e tre, il posto. Ritornano dal fattucchiere per la spiegazione e questi dice loro che uno dei tre si era munito di una pistola con l’intenzione di uccidere gli altri e tenersi il malloppo per intero. E la “truvatura” è ancora là!

Nella vita ci sono stati, ci sono e ci saranno persone che hanno successo nella loro attività e fanno fortuna legittimamente. Gli ingredienti del successo e della fortuna sono: l’idea giusta al momento giusto; il fare invece del blaterare senza fare; avere accanto persone leali e solidali. Gli stessi ingredienti per spegnare le “truvature”. Allora mi pare molto più logico ritenere che l’ispirazione per i “cunti di truvature” sia da riferirsi non a fantomatici quanto poco probabili ritrovamenti di marenghi d’oro, ma ai successi legittimi nelle attività e che i “cunti di truvature” ne siano il ricalco.

La variante dei marenghi portati fuori col vitello rispecchia quelle situazioni in cui qualcuno ha una congiuntura positiva, ma effimera. Non se ne rende conto e, credendo di aver raggiunto un successo solido e consolidato, fa investimenti incauti perdendo tutto.

In una seduta di psicodramma a cui ho partecipato, una ragazza, il cui marito s’era suicidato lasciandola con un figlio, mise in scena la sua storia con i vari personaggi: il padre, il nonno (fui scelto come interprete), la madre, il marito. . . Alla chiusura la conduttrice invitò la ragazza ad accompagnare fuori scena i vari personaggi e liberare gli attori dal ruolo. La ragazza accompagnò fuori tutti, ma ebbe problemi col marito. Non ce la faceva. Mi vennero in mente i “cunti di truvature”.

Riflettendo sulla storia dello spirito messo in guardia del tesoro e dalla cui liberazione dipende la fortuna e la felicità del soggetto, ho ritenuto che essa potrebbe essere metafora del concetto noto in psicologia come rielaborazione del lutto (1). Questa ulteriore considerazione mi conferma, ancora una volta, la convinzione che i “cunti” sono vere pagine di letteratura e di poesia e che la capacità di osservazione e di rielaborazione scientifica dei nostri antenati analfabeti è stata più profonda di quanto non si creda.

Ragusa, 11 gennaio 2017

Ciccio Schembari

 

(°) ne approfitto per richiamare “na miniminagghia”, un indovinello. Un cuoppu n’accattai, un cuoppu mi ni manciai, un cuoppu ni ittai. Un coppo ne comprai, un coppo ne mangiai, un coppo ne buttai. Cosa sono?

(1) Rielaborazione del lutto: processo che toglie alla perdita la connotazione di “evento modificabile”, accettando l’irrimediabilità dell’accaduto e percorrendo un cammino che porta alla riorganizzazione di sé e della propria esistenza su nuove basi.

 

Articolo pubblicato sul n. 137/2016 “Uomo vs Macchina” della rivista on line www.operaincerta.it

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